Inaccettabile

Il dibattito italiano sulla morte di Giulio Regeni è francamente senza se e senza ma vergognoso e inaccettabile.

Delle due l’una o Matteo Renzi, allora capo del governo, sapeva per certo che Giulio Regeni fosse una spia britannica e per questo motivo decide che non è un problema italiano (?!) e quindi non ha alzato il telefono per chiedere perentoriamente ad Al Sisi di liberarlo immediatamente, una volta saputo della sua scomparsa.

Oppure non si capisce perchè l’Italia non abbia alzato – e continui a non alzare – la voce contro un paese in cui è morto torturato eh, ricordiamocelo, torturato! – non investito da una macchina o tantomeno con un colpo di pistola – un cittadino italiano (ma che importa poi dove lavorasse se in Inghilterra o in Nuova Guinea?!). Morto in un paese, l’Egitto, in cui la Farnesina sconsigliava di viaggiare solo per motivi di turismo.

Un paese il cui governo si è dato la pena di orchestrare una finta rapina per giustificare la morte di Giulio Regeni.

Come se questo sgomitarsi e dire “eh ma c’entra anche Cambridge!” “eh ma forse era una spia, è un complotto contro l’Italia” assolva qualcosa o qualcuno. Sollevi l’Italia o l’Egitto da qualsivoglia responsabilità. Come se la distribuzione di più colpe alle comparse diluisse in qualche modo quelle dei protagonisti principali. O li scambiasse di posto addirittura!

Ma vi immaginate se la Russia di Putin avesse fatto questo? Ma anche la Francia o la Gran Bretagna in cui il capo del governo avalli ufficialmente l’ipotesi dell’omicidio per rapina all’indomani del fatto?

Rimando alle parole di Luigi Manconi per il resoconto del dibattito parlamentare e per una visione completa. Una persona autorevole e informata per quel che si può della vicenda.

Perchè le verità scomode in Italia troppo spesso restano mezze verità. Al massimo assurgono al grado di segreto di Pulcinella. Tutti lo sanno ma nessuno dice niente.

Comunque grazie al governo italiano per averci fatto sapere che dovesse mai succederci qualcosa all’estero, se facciamo i ricercatori o i giornalisti o sa Dio quale lavoro presso un’istituzione straniera, siamo passibili di essere dichiarati spie, postumi.

La doppia morte di Giulio Regeni

di Luigi Manconi

Pensandoci bene, trascorso un certo numero di ore ed esercitata la più rigorosa autodisciplina per non incorrere in eccessi ineleganti, devo concludere che l’esito dell’audizione del Ministro Angelino Alfano presso le Commissioni Esteri di Camera e Senato è stato addirittura rovinoso. A parte le solite e lodevoli eccezioni – in questo caso particolarmente rare – il senso complessivo della discussione ha evidenziato alcuni elementi decisamente imbarazzanti.

E se le principali considerazioni sul merito e sulla sostanza di un dibattito deludente sono state già espresse, rimangono alcune questioni in apparenza di dettaglio che sono persino più rivelatrici. Eccole.

Giulio Regeni, nel corso dell’audizione, ha subìto quel meccanismo che abbiamo chiamato di «doppia morte».

È un dispositivo che è stato applicato, in numerose circostanze, nei confronti di vittime di abusi e violenze da parte di uomini e apparati dello Stato. Chi ne ha patito i danni si è ritrovato oggetto, nel corso dell’inchiesta e del dibattimento, di una vera e propria deformazione della sua identità. Alla morte fisica segue un processo di degradazione della persona, della sua biografia e della sua vicenda umana. Lentamente, la vittima rivelerà comunque una sua colpevolezza (e chi può dirsi totalmente innocente?). È quanto, in ultimo, accade a Giulio Regeni. Da molti degli interventi nel corso della seduta, si ricavava la sensazione quasi palpabile che il ricercatore italiano sia stato – a sua insaputa, per carità – una spia britannica: presumibilmente torturato e ucciso nella stessa Cambridge, in una oscura sentina di quell’Ateneo, al fine di metterlo a tacere. Non esagero (basti ascoltare il resoconto di quel dibattito e i suoi toni). Di conseguenza, se ne dovrebbe dedurre che il regime di Al-Sisi non sarebbe, certo, il più liberale del mondo ma, per «ragioni geo-strategiche» e per realismo politico, le sue responsabilità nell’orribile omicidio di Regeni andrebbero messe in secondo piano rispetto alle più gravi colpe della democrazia inglese. La quale ultima ha mosso e continuerebbe a muovere le fila di una trama spionistico-diplomatica nella quale si è trovato impigliato inavvertitamente «il povero ragazzo». Si badi al linguaggio. Perché, a tal proposito, insistere nel definire «ragazzo» un giovane uomo di 28 anni? E perché «studente», dal momento che aveva la qualifica professionale di ricercatore? Per la verità, in tanti interventi quelle parole così maldestre e le altre cui alludevano (l’ingenuità, la sprovvedutezza, l’inesperienza) rivelavano un sentimento assai diffuso tra i membri di quelle stesse Commissioni ma anche in parte della classe politica e della stessa opinione pubblica: un astio malcelato nei confronti di chi è giovane, intellettualmente preparato, ricco di talento e – ahi lui – grosso modo di sinistra. E, infatti, la figura così limpida e fascinosa di Giulio Regeni suscita, in alcuni segmenti della mentalità comune, un sentimento assai simile a una sorta di sottile invidia. Può sembrare tragicamente grottesco, se solo si pensa al corpo straziato di Regeni. Eppure credo che sia così: lo spirito del tempo porta con sé un rancore e una voglia di rivalsa che rendono insopportabile la limpidezza di quelle figure che si trovano a essere, nell’agonia e nella morte, simbolo intenso di valori forti. Da qui, l’irresistibile pulsione a lordarle, quelle figure, o almeno a ridimensionarle per ridurle alla nostra mediocre misura. Si tratta di meccanismi che degradano l’identità e la reputazione e che richiamano l’odiosa pratica del character assassination.

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