Benefits street, togli ai poveri dai ai ricchi

il

Per chi se lo fosse perso su Pagina99, ecco l’articolo che parla della Docufiction sui poveri, dei tagli al welfare e di come 35 miliardi di sterline in tre anni siano finiti a facoltosi proprietari di casa che affittano ai bisognosi.

“Benefits street” la serie televisiva mandata in onda a partire dal 6 gennaio 2014 da Channel 4, sembrerebbe un esperimento sociologico ben riuscito: prendi una strada di Birmingham col più alto tasso di disoccupazione negli ultimi otto anni e mostra, seguendoli con una telecamera, chi sono i suoi residenti e come vivono. La voce narrante all’inizio degli episodi spiega: “James Turner Street a Birmingham, non è una strada qualsiasi, ci sono 99 case, tredici nazionalità diverse e la maggior parte di queste persone riceve benefits”. In inglese la parola esatta in realtà non è ricevere bensì richiedere: claim. Non è una sottigliezza semantica perché le persone che vivono a “Benefits street”, gli immigrati come gli autoctoni, sono tutti appartenenti alla categoria sociale più longeva e stigmatizzata del mondo britannico dalla Tatcher in poi: quelli che chiedono gli aiuti di Stato, i cosiddetti benefits.

E questo è il cuore della serie: se dici di aver bisogno dei benefits per sopravvivere, vediamo come vivi e che cosa fai di sbagliato. Perché in fondo l’idea dominante nel mondo anglosassone nei confronti della povertà è questa: se sei povero di sicuro hai sbagliato qualcosa.

In più il tema è di grande attulità perché con il Welfare Reform Act del 2012 il governo di coalizione tra i Conservatori e i Liberal Democratici ha deciso di cambiare il sistema dei benefits e molti di questi cambiamenti, che si sono tradotti in tagli alla spesa sociale che rappresenta qui il 30% della spesa pubblica, sono entrati in vigore nel 2013.

Quella che Cameron ha chiamato “missione morale della riforma del welfare” è stata duramente stigmatizzata come mera ingiustizia dal capo della chiesa Cattolica in Inghilterra Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster e futuro Cardinale per mano di Papa Francesco. Per l’arcivescovo la riforma non fa altro che gettare sul lastrico quelli che poveri lo sono già.

I cinque episodi della serie di Channel 4 (oltre 5 milioni di telespettatori, più di ogni show mandato in onda dalla rete dal 2012) hanno suscitato un vero e proprio furore polemico: quotidiani nazionali, tabloid, settimanali di moda e costume, social media. Tutti se ne sono occupati. Adesso anche il garante delle comunicazioni Ofcom che, a seguito di 1800 segnalazioni ricevute, dovrà decidere se gli autori del documentario hanno violato le regole e mal rappresentato i protagonisti della serie a fini di propaganda. Alcuni personaggi vengono presentati dalla voce fuori campo del narratore come persone che non hanno mai avuto un lavoro pagato in vita loro.

Gli stessi protagonisti del documentario spesso descrivono i propri vicini come persone dedite ad attività illegali: “quelli che hanno una casa più grande, con una stanza in più ci coltivano la marijuana, io non ho questo spazio a casa mia”.

Difficile non vedere il collegamento alla “bedroom tax”, il capitolo della riforma che prevede un taglio ai benefit sulla casa (la compensazione sull’affitto che lo stato dà non agli inquilini che richiedono i benefit ma direttamente ai proprietari di casa di coloro che ne hanno diritto) per quelli che vivono in una casa più grande rispetto al numero di componenti del nucleo familiare.

Se restiamo nel campo dell’opinabile potremmo dire che è colpa della narrativa progressista non riuscire a confutare l’idea conservatrice dominante, di cui la serie televisiva Benefits street rappresenterebbe soltanto l’incidente scatenante, per cui il messaggio che passa è: la verità è che sei depresso (come una delle protagoniste della serie) perché non lavori, se tu lavorassi non avresti bisogno dei benefits. Ma poi la depressione è davvero una malattia invalidante? O un’invenzione dei medici di base delle ex aree industriali del paese, per cui persone che non sembrano affatto depresse, tanto da poter partecipare a show e dibattiti, possono starsene a casa senza lavorare?

E ancora, durante il dibattito in cui a gennaio i Labour hanno proposto e ottenuto una commissione parlamentare di inchiesta che valuti l’impatto della riforma sulla povertà, i parlamentari conservatori spiegavano come il fatto che molti immigrati specialmente dall’Europa dell’est, trovino lavoro in Gran Bretagna dimostri che alcuni cittadini non fanno abbastanza per cercare un lavoro, sedendosi sui loro benefits: cercano il lavoro che vorrebbero fare e non il lavoro disponibile.

Ma quest’idea della società dei Tories non è una novità. Alla fine del 2013, il Ministro della Salute, durante il clamore sucitato da alcuni episodi di mala sanità nella cura degli anziani, ha dichiarato che i giovani britannici dovrebbero imparare dagli asiatici e prendersi cura in prima persona dei loro parenti. Problema risolto.

Si tratta di una questione ideologica? Benefits street mostra la verità, cioè che il sistema dei benefit è appannaggio di truffatori e fannulloni? Chi ha ragione il premier David Cameron o l’arcivescovo di Westminster?

In realtà i numeri dimostrano che non si tratta di una questione ideologica per diversi motivi. Intanto perché le frodi tanto paventate nell’opinione pubblica in soldoni rappresentano solo lo 0,5% del totale mentre sono molti di più coloro che si vedranno privati della soglia minima di assistenza che andrà sempre più scomparendo. Alla retorica delle risorse sono scarse se ammettiamo la risposta del bisogna tagliare bisogna almeno andare a vedere a chi si toglie.

Nell’intento dei suoi estensori la riforma del welfare prevede una serie di sanzioni mirate ad incentivare la ricerca di un’occupazione; mette un limite settimanale ai benefits che si possono ricevere: per la casa, per il sussidio di disoccupazione, per le tasse comunali (la council tax), perchè disabili o malatti cronici; ridefinisce i criteri per cui si ricevono gli aiuti: non più in base alla propria disabilità o malattia, ad esempio, ma alle limitazioni che questa comporta alla tua vita quotidiana.

Bisogna ricordare che in molte circostanze, come nell’esempio della casa, si tratta di agevolazioni indirette e non di denaro versato direttamente sul conto corrente degli aventi diritto. Se poi si ha la sfortuna di ricadere in più di una di queste e altre caselle previste dalla ridefinizione del welfare, l’incidenza dei tagli allora diventa sostanziale.

Andrew Hood, economista e ricercatore dell’Institute for Fiscal Studies, ci spiega che “I tagli decisi da questo governo sui benefits ed altre forme di agevolazioni fiscali hanno colpito più duramente le persone con il reddito più basso”.

Uno studio pubblicato dall’istituto evidenzia come si tratti della più grossa contrazione di spesa pubblica per il welfare mai intrapresa e che questi tagli sono universali e colpiranno, ad esempio, non solo le persone fuori dal mercato del lavoro ma anche le persone occupate che avevano diritto ad una integrazione del salario minimo.

In sostanza, riaccorpando e ridenominando capitoli di spesa, la riforma punta a chiudere i rubinetti: “20 miliardi di sterline all’anno che il governo spera di recuperare per il 2015-2016 come risultato della diminuzione della spesa” conferma Andrew Hood.

Molti economisti e commentatori però fanno notare che in realtà i conti potrebbero non tornare: ci sarà sì una diminuzione della spesa ma anche una crescita della povertà perché molti giovani saranno espulsi dal mercato del lavoro e lasciati con pochi mezzi per trovarne un altro. Per non parlare degli oltre 600.000 finora colpiti dal sistema delle sanzioni. O delle migliaia di persone che si stanno rivolgendo alle “banche del cibo”.

Gli stessi dati che il Ministero del welfare comincia a fornire dicono che dall’entrata in vigore della riforma l’uso delle sanzioni, che prevede il taglio o la sospensione dei benefit per un determinato periodo di tempo, è aumentato del 126% rispetto al 2010. La sola bedroom tax coinvolge circa 522.000 persone. Da quando è entrata in vigore ad aprile 2013, 9000 famiglie con bambini sono state ospitate in centri di emergenza perché senza un alloggio dove vivere. Da un’informativa di libero accesso ai dati del Ministero promossa dal Labour, risulta che una famiglia su sette è a rischio sfratto. E tutto questo perché in base ai nuovi criteri questi inquilini risulterebbero avere una stanza da letto in più. Ma le persone che si sono viste attribuire questa categoria per errore sono state quasi 50.000.

I tagli previsti dalla riforma hanno colpito maggiormente le misure per ridurre la povertà infantile (suscitando forti malumori anche tra i Lib-Dem al governo) e i sussidi alle persone disabili. Le persone disabili che costituiscono il 4% delle perone considerate povere, hanno subito finora il 13% dei tagli previsti dalla riforma del welfare con una perdita prevista di 28.3 miliardi di sterline entro il 2017-18. Cifre stimate al ribasso, quindi l’impatto sulla vita delle persone potrebbe essere di maggiore portata. Queste le conclusioni dello studio condotto dal Think Tank indipendente Demos.

“Il governo ha sottovalutato moltissimi effetti indesiderati dell’introduzione del nuovo sistema. Ad esempio: una persona che ha lavorato per 30 anni se avesse un infarto si vedrebbe riconoscere, per effetto della riforma, soltano un anno di malattia indipendentemente dalla durata della propria convalescenza. Il governo sta inoltre studiando gli effetti della riforma per ogni singolo capitolo senza valutarne gli effetti nel complesso”. Questi i punti sollevati da Claudia Wood, deputy director di Demos.

Fino ad arrivare al paradosso della donna in coma che ha ricevuto dal comune un sollecito per partecipare attivamente ad un meeting in un centro per l’impiego, pena la perdita dei benefit ricevuti. Con conseguenti pubbliche scuse da parte del Ministro competente Mike Penning.

Ma nel Regno Unito non ci sono solo i poveri, in qualsiasi modo la narrativa di destra o di sinistra decida di descriverli.

Ci sono anche i ricchi, e soprattutto i ricchi per nascita. Ossia i membri della nobiltà britannica. Da uno scoop del tabloid The Mirror è risultato che ci sono non pochi proprietari di casa membri della nobiltà che ricevono soldi dallo Stato e quindi dai contribuenti britannici perché affittano appartamenti a inquilini sì ‘titolati’ ma a ricevere benefits. Quanti soldi? Non pochi, visto che negli ultimi tre anni i proprietari di casa privati (regali e non) hanno ricevuto circa 35 miliardi di sterline dai benefits che lo Stato paga come sussidi agli affitti, 13 miliardi in più rispetto al triennio precedente, in base ad uno studio commissionato dalla parlamentare laburista Karen Buck.

Insoma possedere case e palazzi e affittarle ai poveri è un buon affare oltre che una buona azione. Conti alla mano non sono poi così poveri quelli che sfruttano il sistema dei benefits, che vivano a Benefits street o in altre più fancy street.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...