li chiamano cervelli in fuga

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Dicono cervelli in fuga, è la parola del terzo millennio per dire ‘emigranti’. Se ci pensiamo un attimo è solo una probabilità statistica: i giovani della nostra generazione che hanno un alto livello di istruzione sono semplicemente molti di più dei loro coetanei di un secolo fa. E non facciamo tanta differenza rispetto a quelli che da noi chiamiamo ‘emigrati’, persone con un titolo di studio che da noi o vale poco o non ha futuro e quindi si adattano a fare qualsiasi altro lavoro.

Ed è molto probabile che se hai investito tempo denaro e sacrificio in un’istruzione completa seguendo un percorso di crescita culturale e professionale, visti i tempi che corrono, se non trovi un lavoro che ti permetta di mantenere te e la tua famiglia tu te ne voglia andare. E’ il sogno dell’ottimismo della ragione della globalizzazione: se non si può qui si potrà altrove, dove le mie risorse saranno meglio impiegate.

La classifica spagnola dice che l’indignado medio – giovane istruito con figli piccoli – sta lasciando il paese: negli ultimi tre mesi +120%.

Vista dall’Italia, tra la Spagna e la Grecia, la situazione non è migliore.

Certo poi ci ricordiamo di quanto noi avremmo la Costituzione più bella del mondo, il clima mite, il cibo buono…e una classe dirigente che ne ha fatto il proprio esclusivo monopolio.

E ci chiamano cervelli in fuga o con forte propensione all’espatrio.

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