petrolieri contro Obama: “vuole ficcare il naso nei nostri affari”

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C’è dal 2010, ma ancora deve essere applicata: è la legge Dodd-Frank, voluta da Obama, che riforma Wall Street nel nome della trasparenza e della lotta alla speculazione. Riguarda multinazionali, banche e altri soggetti economici. E ora le grandi aziende petrolifere tentano il braccio di ferro: le norme ficcherebbero il naso nei loro interessi. E questo non piace.

Il presidente Usa Barack Obama, che ha voluto la legge

La riforma di Wall Street in America è già legge, approvata a luglio 2010, ma in pochi ne conoscono la vera portata, soprattutto perché molti speravano di non essere colpiti dalle nuove misure anti speculazione volute dall’amministrazione Obama. Il Corporate reform act, conosciuto come legge Dodd-Frank, a prima vista è piuttosto complesso, ma la sostanza riguarda l’individuazione di una serie di soggetti che devono sottostare a regole di trasparenza (quali multinazionali, banche, fondi di investimento e così via) e nuove regole che puntano a isolare i comportamenti scorretti sul mercato con relative sanzioni, come ad esempio nel mercato della finanza speculativa.

Chi controlla tutto questo? Sempre alcune agenzie federali più la Federal Reserve (la banca centrale americana) di Paul Bernanke, che Obama durante e dopo la crisi ha voluto mantenere al suo posto, ma con nuovi poteri (ossia maggiore possibilità di controllo e di acquisire informazioni), più alcuni nuovi organismi di supervisione, primo tra tutti il consiglio di controllo della stabilità finanziaria (Financial stability oversight council) posto al vertice della piramide.

La legge Dodd-Frank, tuttavia, demanda alle singole agenzie del settore di emanare le regole per essere applicata. È in questo passaggio che le cose si sono complicate e si sono trasformate in pagine e pagine di codici che molti membri del Congresso e non dicono siano impossibili da analizzare. In altri casi, invece, i diretti interessati stanno facendo pressioni con la Sec (la Security Exchange Commission, la Consob americana) perché non vengano affatto emanate. È il caso delle multinazionali del gas e del petrolio.

Sono due i capitoli della Dodd-Frank da cui le compagnie del settore energetico sperano di essere immuni: la rendicontazione dei pagamenti ai governi stranieri, paese per paese, progetto per progetto, e il mercato dei derivati.

Nel primo caso si tratta di rendere noti gli accordi e i conseguenti pagamenti che le industrie fanno ai governi dei paesi in cui svolgono le loro attività estrattive. Cerchi petrolio in Niger? Hai ottenuto nuove concessioni in Angola? Devi dirmi quanti soldi dai al suo governo e per quali progetti. In questo modo sarà più facile individuare episodi di corruzione e mazzette sottobanco.

Alcune compagnie hanno reagito alle nuove regole con malcelato fastidio: troppe inutili scartoffie da compilare. La Exxon, ad esempio, ha detto che fornire le informazioni chieste dalla nuova legge le costerebbe 50 milioni di dollari. Come fa notare l’Economist, si tratta sì di molti soldi ma che per l’azienda rappresentano solo lo 0,1% dei suoi profitti dello scorso anno.

Altri, come la Shell, hanno classicamente gridato allo scandalo, dicendo che la Dodd-Frank violerebbe la sovranità degli altri stati e le relative leggi di riservatezza. Come dire: se qualche governo del terzo mondo preferisce offrire agli investitori stranieri regole di assoluta segretezza in cambio di fruttuosi affari, chi è la Sec per impedirglielo?

Sebbene queste norme riguardino solo le multinazionali registrate in America, per esempio Shell Energy North America, la anglo-olandese Royal Dutch Shell ha poco da stare allegra perché anche la Gran Bretagna, un paese ormai noto per la propria tolleranza con le banche e i finanzieri della City, ha varato unBribery Act che prevede rigide norme anti corruzione per le multinazionali registrate nel suo territorio, che dovrebbe produrre i suoi effetti proprio quest’anno.

E in Europa è piuttosto accesa la discussione sull’opportunità di adottare o meno misure di trasparenza simili alla Dodd-Frank, come vorrebbe il ministro per lo sviluppo economico tedesco.

L’altra questione che sta innervosendo le multinazionali dell’energia è quella che riguarda le nuove regole del mercato degli Swap ossia lo scambio di crediti della finanza derivata (come i tristemente famosi credit default swap sui rischi di insolvenza o il mercato dei futures). Le compagnie del settore energetico hanno obiettato che il loro commercio in derivati ha l’unico scopo di assicurarsi contro i possibili rischi di un investimento e non dovrebbe essere trattato allo stesso modo di quello delle banche, che stanno in questo mercato solo per fare maggiori profitti. Anche in questo caso, la ratio della legge sembrerebbe quella di mettere il mercato al riparo dai rischi di una speculazione senza controllo: non ti diciamo che è illegale speculare sul debito di altri paesi o robe simili, ti diciamo che se vuoi farlo devi dirci chi sei e quanti soldi ci investi, senza eccezioni.

Tuttavia la semplificazione e la trasparenza raramente sono la strada prescelta dalle grosse multinazionali. Sempre la Dodd-Frank prevede che per accedere ad eventuali piani di salvataggio, un’impresa non debba solo rendere trasparenti i propri bilanci ma anche rientrare nella lista delle aziende considerate strategiche (Sistemically important financial institutions), ossia dimostrare di essere un’azienda con una proprietà trasparente e un assetto finanziario intelligibile, in modo da capire se sia cruciale o meno per l’economia del paese che rimanga stabile e florida e prevenire, così, possibili shock finanziari.

In questo momento le lobby sono impegnate a fare pressioni perché non si metta troppo il naso nei loro affari, dicendo che tutta questa trasparenza non farà altro che aumentare la confusione e la diffidenza (stranamente proprio quello che molti analisti ritengono essere l’attuale male del mercato). Ma gli sforzi dell’amministrazione Obama sembrano andare avanti, capitolo per capitolo della Dodd-Frank, nonostante i ritardi e il tira e molla sui singoli regolamenti.

Ogni presidente americano cerca di lasciare la propria impronta durante gli anni del suo mandato e dopo il ridimensionamento della riforma sanitaria alcuni osservatori hanno pensato che Obama avrebbe scelto la politica estera. Ma questa riforma di Wall Street se completata fino in fondo, potrebbe passare alla storia. Stando però ad un recente sondaggio del Washington Post (del 12 marzo) Obama è in calo di popolarità proprio sui temi legati all’economia: il caro benzina nei mega serbatoi delle auto statunitensi in questo momento pesa di più di ogni possibile bacchettata contro i pezzi grossi di Wall Street.

da Linkiesta, del 13 marzo 2012

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