Israele Iran e la lezione dell’ ’81 contro l’Iraq

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Nel 1981 l’attaco preventivo di Israele al reattore nucleare iracheno Osirak nell’impianto di Tuwaith ebbe come risultato il rilancio del programma nucleare di Saddam Hussein, solo dieci anni dopo con la prima Guerra del Golfo si scoprì quanto l’Iraq fosse davvero vicino a costruire la bomba.

Quella che all’inizio sembrava una vittoria avrebbe potuto portare invece ad un’escalation nucleare nella regione.

Due studi condotti dallo studioso norvegese Målfrid Braut-Hegghammer e da Dan Reiter della Emory University dimostrerebbero che verso la metà degli anni ’70 Saddam stava pensando ad un programma nucleare ma che all’epoca del bombardamento israeliano di Osirak i suoi progetti non avevano ancora una direzione chiara ed erano molto disorganizzati.

L’attacco israeliano fu concepito con l’argomentazione che aspettare significava arrivare troppo tardi e quindi bisognava fermare Saddam ben prima che riuscisse a fabbricare la bomba o soltanto a pensare di farlo. Tuttavia questa politica interventista che sembrava mettere al riparo Israele da un futuro invece irreparabile non considerava i possibili effetti collaterali dell’azione.

Le ricerche dimostrano che se Saddam avesse voluto utilizzare il reattore di Osirak per produrre armi nucleari avrebbe dovuto investire maggiori risorse sia materiali sia in capitale umano per arrivare a questo obiettivo. E questo non era ancora il caso alla vigilia dell’attaco israeliano. La presenza sul campo di ingegneri francesi e le regolari ispezioni dell’Aiea avrebbero dovuto rafforzare questa convinzione.

Lo studio di Reiter suggerisce che proprio in seguito all’attacco di Osirak, Saddam arrivò alla determinazione di produrre armi nucleari, il suo programma infatti passò dai 400 scienziati e 400 milioni di dollari inizialmente impiegati a uno da 7000 scienziati con 10 miliardi di investimenti. Inoltre mentre Saddam mostrava agli ispettori dell’Aiea e al mondo la distruzione del sito di Osirak, procedeva clandestinamente ampliando l’area dei siti nucleari. Un recente articolo del Washington Post usa proprio il caso di Osirak per sconsigliare un attacco preventivo all’Iran per fermare i suoi progetti nucleari ma analizzando la situazione altre questioni dovrebbero portare alla prudenza in un’azione militare.

Anche la penisola arabica sta pensando ad un proprio programma nucleare civile per far fronte al crescente fabbisogno energetico della regione. Dal 2008 con una joint venture americana e sudcoreana, gli Emirati Arabi stanno costruendo alle porte di Abu Dhabi un impianto che entro il 2020 dovrebbe avere quattro reattori funzionanti.

Per il momento si tratta di un programma pacifico sotto la supervisione degli ispettori dell’Aiea ma i paesi della regione temono un Iran nucleare quanto Israele ed hanno appena iniziato una corsa nell’acquisto di armi e sistemi missilistici di difesa senza precedenti. Non è detto che a una minaccia maggiore non possa corrispondere uno sforzo bellico maggiore che avrebbe un vero effetto domino in Medio Oriente. L’Arabia Saudita ha più volte provato a dotarsi di armi nucleari attraverso il Pakistan e fonti di intelligence occidentale segnalano una ripresa dei contatti tra i due paesi.

Per gli israeliani, senza l’aiuto militare statunitense e l’appoggio dei rivali di Teheran nel Golfo Persico, un attacco all’Iran sarebbe un azzardo sia per la complessità degli obiettivi sia per la distanza da coprire in volo senza possibilità di rifornimenti.

Sebbene il programma nucleare iraniano sia oggi in una fase più avanzata di quello di Saddam negli anni ’80 colpire l’Iran dovrebbe includere la certezza di fermare per sempre le sue ambizioni nucleari o addirittura arrivare ad un cambio di regime, ipotesi che in questo momento sembra ancora più ambiziosa. Il rischio concreto è che la minaccia di una possibile risposta nucleare iraniana, magari soltanto differita nel tempo, potrebbe spingere ad una corsa agli armamenti in tutto il Medio Oriente, in un clima di grande instabilità politica per la regione, così come recentemente dimostrato dalle cosiddette primavere arabe.

da Globalist, del 6 marzo 2012

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