Ora Obama vuole regolamentare anche i Bisignani d’America

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Una proposta di legge al Senato Usa (lo “stock act”) mira ad una piccola “rivoluzione”: si tratta dell’introduzione obbligatoria di un registro che insieme a quello dei lobbisti punterebbe a rendere trasparente chi fa affari con chi a Washington. La professione fin qui sconosciuta al grande pubblico è la “political intelligence” ossia professionisti pagati per avere informazioni direttamente da membri del congresso o delle commissioni legislative su determinate leggi in discussione o in via di approvazione. La political intelligence ha un giro d’affari annuo stimato in 100 milioni di dollari. I giornalisti, per fortuna, non rientrano in questa categoria. 

«Se cerchi informazioni dal Congresso per ricavarne denaro, i cittadini americani hanno il diritto di sapere chi sei e a chi stai vendendo queste informazioni». Questa dichiarazione pubblica di un senatore dell’Iowa all’inizio del mese scorso descrive bene tanto un lavoro di cui non si sapeva quasi nulla, fino a poco tempo fa, quanto il tenore del dibattito a Washington su un provvedimento di legge fortemente voluto dal presidente Obama e che ha appena iniziato il suo iter parlamentare: lo Stock act.

Il Senato e la Camera hanno votato su due versioni differenti del provvedimento che comunque gode di un gruppo di sostenitori trasversale. La versione del Senato, conosciuta come il progetto di legge Slaughter (sostenuto da 271 parlamentari tra cui 92 repubblicani) è passata con il minimo dei voti richiesto e contiene una clausola eliminata invece dalla versione votata alla Camera, che si è limitata a chiedere una commissione parlamentare che studi la questione. La postilla non è cosa da poco: si tratta dell’introduzione obbligatoria di un registro che insieme a quello dei lobbisti punterebbe a rendere trasparente chi fa affari con chi a Washington.

La professione fin qui sconosciuta al grande pubblico è la “political intelligence” ossia professionisti pagati per avere informazioni direttamente da membri del congresso o delle commissioni legislative su determinate leggi in discussione o in via di approvazione. Lo Stock act del senato prevede che questi signori dichiarino non solo la loro professione, come già fanno i lobbisti, ma anche chi sono i loro clienti: se io avvicino un parlamentare e sono pagato da un fondo di investimento per farlo, tra i clienti del fondo potrebbero esserci società che potrebbero usare queste informazioni a proprio vantaggio. In realtà la questione è meno complicata di quanto sembri e mira dritto al cuore di uno dei potenziali illeciti di Wall Street a cui questa amministrazione, in attesa di rinnovo, ha giurato di dare la caccia: l’insider trading.

Per spiegarla si può fare un esempio tutto italiano. Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito condannato per mafia, in un’intervista una volta ha detto che avere contatti con il mondo politico permetteva di fare molti soldi in maniera piuttosto facile grazie alle informazioni ricevute, come il cambiamento di destinazione d’uso di un terreno o l’approvazione di una legge. Uno degli esempi che faceva riguardava un suo piccolo personale investimento grazie ad un futuro provvedimento di legge di cui era venuto a conoscenza prima degli altri, ossia l’aumento del valore del gettone telefonico della Sip da 50 a 100 lire. «Io uscii e comprai trentamila lire di gettoni, in poche settimane avevo raddoppiato il capitale. Onestamente, al posto di mio padre mi sarei avventurato di meno nella politica, avrei preferito gestire quel potere più da dietro le quinte, si possono fare molti più soldi in quel modo».

Il reato di insider trading, che per la giustizia italiana significa ‘abuso di informazioni privilegiate’ Oltreoceano è finito sotto la lente di ingrandimento in ogni suo aspetto. Ci si è resi conto non solo del ruolo cruciale svolto dalle informazioni ma anche che informazioni privilegiate possono essere veicolate tanto dai dipendenti di una società quanto dai membri del congresso.

La senatrice repubblicana Louise Slaughter ha detto ad una commissione parlamentare, lo scorso dicembre, che il giro d’affari della political intelligence frutta 100 milioni di dollari all’anno negli Stati Uniti. Ora è indubbio che esistano società che hanno il compito di fare indagini di mercato su particolari compagnie. L’illecito comincia quando vendono informazioni riservate a soggetti che non dovrebbero conoscerle. E’ il confine tra pubblico e privato a essere determinante. Ed è altrettanto interessante vedere come il paese capitalista per eccellenza faccia i conti con uno dei cardini della propria filosofa di vita, tradotto in denaro contante.

Per un giornalista forse è ancora più interessante vedere come l’America faccia i conti con il valore dell’informazione. Il registro obbligatorio dei professionisti della “political intelligence” tiene fuori i giornalisti perché i giornalisti rivelano le informazioni raccolte al grande pubblico. Ecco un esempio di come non si limita una libertà per prevenirne gli abusi ma al contempo si definisce bene il campo in cui gli abusi vengono commessi e le relative pene. Se un giornalista o un’azienda si arricchiscono improvvisamente, grazie al registro dei ‘lobbisti dell’informazione’ (così potremmo definire la political intelligence) non sarebbe difficile risalire alla fonte dell’illecito. Per il momento non si sa se il registro della political intelligence verrà introdotto con lo Stock Act. Però Obama sta dicendo una volta di più a Wall Street che può continuare a fare il suo lavoro ma che sia chiaro a tutti chi fa affari con chi e a quale scopo.

da Linkiesta del 28 febbraio 2012

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