Israele accontenta gli Usa sull’Iran ma costruisce ancora nella West Bank

Mentre congela l’attacco militare contro Teheran, il governo israeliano progetta 600 nuovi alloggi in Cisgiordania. E l’America sta a guardare.

Il governo israeliano ha recentemente dato un’ approvazione di massima al progetto di 600 nuovi alloggi nel cuore della Cisgiordania. Mentre la costruzione di nuove case a Gerusalemme est nel quartire di Har Homa non si è mai fermata, quest’ultima decisione appare come una vera e propria sfida alla ripresa di un negoziato e ha già raccolto le critiche sia dell’Onu sia dell’Autorità Nazionale Palestinese. Una mossa che promette di creare tensioni al prossimo incontro a Washington con l’amministrazione statunitense, previsto a marzo, che però ha in cima alla lista la situazione iraniana e i possibili scenari nella regione.

Fin qui gli Stati Uniti sembrano aver tolto dal tavolo l’opzione militare nei confronti del programma nucleare iraniano. E la stessa situazione interna dell’Iran potrebbe presto dar loro ragione: in un paese di 74 milioni di persone il livello ufficiale di disoccupazione è al 15% e alcuni analisti politici dicono che la cifra ufficiosa sia almeno il doppio; così per il tasso di inflazione: ufficialmente al 21% andrebbe aumentato di almeno una decina secondo fonti interne.

Presto il regime potrebbe trovarsi a fare i conti con forti tensioni interne poiché l’Iran ha una consolidata classe media urbanizzata da mantenere e potrebbe quindi ricorrere ad un negoziato sul programma nucleare per neutralizzare gli effetti economici causati dall’embargo petrolifero. Al contrario, un attacco militare esterno compatterebbe la popolazione nel sostenere quelle ragioni di stato che in questo momento di difficoltà economica sembra poco disposta ad accettare.

Ma se Israele accetta di non forzare la mano sull’Iran così non appare sulla questione palestinese. I negoziati ospitati dalla Giordania sono naufragati senza approdare ad un accordo e si sono conclusi con due distinti resoconti di Israele prima, dei palestinesi poi, sull’andamento dei colloqui. Lo stesso governo giordano ha addossato a Israele la responsabilità del fallimento citando la sua “politica unilaterale”.

Sebbene il Ministero della Difesa israeliano abbia dichiarato che la decisione sui nuovi insediamenti in Cisgiordania, in particolare nella regione di Shiloh, sia solo un passo preliminare che deve compleatre un iter che prenderà anni e quindi non è ancora operativa, secondo gli attivisti israeliani di Peace Now, si tratterebbe del più grosso insediamento autorizzato da quando Netanyahu si è insediato al governo tre anni fa. L’aspetto più insidioso del provvedimento riguarderebbe una clausola che legalizzerebbe retroattivamente altri 100 alloggi costruiti senza permesso nei territori contesi.

Anche la situazione di Gerusalemme est appare sempre più delicata, oltre alla costruzione di nuove case iniziata a novembre scorso, il governo israeliano ha recentemente annunciato che investirà 130 milioni di dollari per la costruzione di nuove strade nel quartiere. Più che un miglioramento delle condizioni di vita della parte araba della città che dal 1967 non mai ha goduto degli stessi standard della parte occidentale, alcuni ci leggono un disegno di ulteriore controllo del governo sui cittadini palestinesi di Gerusalemme, che rappresentano almeno un terzo della sua popolazione ma che non hanno rappresentanza politica. E la politica del sindaco di Gerusalemme Nir Barkat è stata giudicata dai palestinesi piuttosto aggressiva.

Mentre gli Stati Uniti sembrano riuscire a condizionare le scelte israeliane nei confronti dell’Iran, da Netanyahu hanno ottenuto poco e niente sul fronte dei rapporti con i palestinesi. Eppure dopo i cambiamenti governativi innescati nella regione dalle primavere arabe appare altrettanto pericoloso ignorare deliberatamente la questione.

da Globalist del 27 febbraio 2012

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