Sull’Iran Israele fa un passo indietro

Il ministro della Difesa Barak dice che Teheran non ha ancora raggiunto il punto di non ritorno nel nucleare e non rappresenta una minaccia imminente.

Le parole di Ehud Barak sulla minaccia non imminente proveniente da Teheran arrivano dopo una serie di affermazioni di segno opposto dell’attuale capo dell’intelligence militare Aviv Kochavi sia del suo predecessore Amos Yadlin che avevano dichiarato a più riprese (l’ultima lo scorso 2 febbraio) che l’Iran è ormai capace di costruire testate nucleari già da cinque anni.

Dietro questo nuovo atteggiamento del governo israeliano ci potrebbe essere l’accordo con il dipartimento di Stato americano sulla ripresa di negoziati nucleari con l’Iran.

Il presidente Barack Obama e il segretario alla difesa Leon Panetta avevano recentemente dichiarato che Israele non aveva ancora deciso per un attacco militare all’Iran e il sottotesto sembrava limitarsi a “e noi lo sconsigliamo vivamente”. L’annunciato embargo petrolifero nei confronti di Teheran aveva poi aumentato le tensioni e le minacce da parte del regime nei confronti dei paesi arabi che si erano detti pronti a sostituire con un aumento di produzione il petrolio proveniente dall’Iran.

Fare a meno del petrolio iraniano sulla carta non è una prospettiva semplice per nessuno, visto che il continente asiatico è il primo partner commerciale di Teheran e la zona euro è in piena crisi economica. La sola minaccia attraverso la tv di stato iraniana Presstv di tagliare subito le esportazioni di greggio verso l’Europa aveva portato il prezzo del barile a 102 dollari sulla piazza di New York lo scorso 15 febbraio. Mentre il prezzo del gas era sceso del 4%.

Anche Teheran, tuttavia, ha mandato segnali sulla ripresa del negoziato annunciando di essere pronta a collaborare con i cinque membri permanenti del consiglio di sicurezza dell’Onu (Russia, Inglilterra, Stati Uniti, Francia e Cina) più la Germania.

Gli analisti del settore sostengono che l’Iran sarà maggiormente disposto a negoziare con il prezzo del petrolio a 130 dollari al barile piuttosto che a 80. Quindi la questione viene analizzata giorno dopo giorno per evitare che si creino ripercussioni sul potenziale di raffinazione degli altri paesi del Golfo. La caduta del prezzo del gas in questo momento danneggia maggiormente l’Egitto che in questa difficile fase di transizione aveva annunciato di voler rinegoziare il prezzo dei suoi contratti di esportazione per riequilibrare le perdite causate dal sistema di corruzione del regime di Mubarak.

Inoltre non è un segreto per nessuno la lotta a distanza ingaggiata da Arabia Saudita e Iran. Il regime sunnita e quello sciita sono ai ferri corti su più livelli: nella delicata questione siriana, per l’egemonia regionale, e anche all’Opec. L’Iran, così come altri paesi produttori, avevano mal digerito il protagonismo sul mercato del petrolio saudita per sopperire alla produzione libica durante il conflitto che ha messo fine al regime di Gheddafi. Ma scongiurare un nuovo conflitto in Medio Oriente al prezzo di un lieve aumento del costo del barile, con la ripresa di un negoziato che troverebbe d’accordo anche Israele, sembra davvero un piccolo prezzo da pagare rispetto alle opzioni attualmente sul tavolo.

da Globalist del 17 febbraio 2012

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