la guerra dei droni di Obama

In campo militare una delle prime novità dell’amministrazione Obama fu quella di dichiarare conclusa la politica del “don’t ask don’t tell” ossia passare sotto silenzio le preferenze sessuali degli appartenenti all’esercito. Questo potrebbe essere il frutto dell’avanzamento della società americana dove l’omossessualità non è più vista come un tabù, nemmeno nell’esercito. Allo stesso modo il presidente, ormai in clima da campagna elettorale, ha iniziato a parlare apertamente di un altro tema che non sembra essere un tabù per gli americani: l’utilizzo dei droni, ossia degli aerei da combattimento che volano senza pilota. E’ successo durante un question time del presidente con gli utenti di Google+ e di youTube e in alcune dichiarazioni pubbliche riprese dai grandi media. Nello specifico Obama si è riferito a due episodi diversi: il primo riguardava l’Iraq e l’utilizzo dei droni come misura di prevenzione e sicurezza limitata al quartiere dell’ambasciata americana a Baghdad, un progetto sperimentale in piedi da circa un anno e incrementato dopo la partenza delle ultime truppe statunitensi dal paese. Fonti dell’esercito hanno dichiarato che si tratta di un piano sottoposto alle autorità irachene per ricevere il loro benestare.

Il secondo al Pakistan e all’utilizzo dei droni per raid contro i talebani e i militanti di Al Qaeda che si concentrano in un’ area federata sotto l’amministrazione tribale che vanno sotto l’acronimo americano di FATA (Federally Administrated Tribal Areas). Gli ufficiali americani sostengono che il governo pachistano è sempre stato al corrente di queste operazioni anche se pubblicamente le ha sempre condannate. In Iraq tanto il premier al Maliki quanto i sui consiglieri e i ministri dell’interno e della difesa hanno detto al New York Times di non sapere nulla di un programma per il volo di droni a difesa dell’ambasciata americana nel loro territorio.

L’esercito statunitense possiede almeno 7000 di questi mezzi aerei radiocomandati, che nell’ultimo anno hanno compiuto centinaia di azioni in sei diversi paesi. Che l’impiego di questi mezzi non ponga grossi problemi per l’opinione pubblica potrebbe dipendere dal modo in cui si dichiarano e si combattono le guerre dell’epoca moderna. Quanto sono ‘legalmente’ accettabili almeno da un punto di vista costituzionale? Come fa notare Peter W. Singer, direttore della 21st Century  Defense Initiative della Brookings, molte costituzioni come la nostra e quella americana distinguono tra il presidente che è capo delle forze armate e il parlamento che delibera lo stato di guerra. Di fatto il parlamento americano non delibera lo stato di guerra dal 1942: con l’entrata in vigore della War Powers Resolution nel 1973, di fatto il presidente statunitense poteva inviare uomini e mezzi in guerra e al parlamento spettava il compito di approvarla o meno entro 60 giorni. Dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre con la guerra totale al terrorismo dichiarata da Bush il presidente in carica ha goduto di ben più ampi poteri. Dalla sua elezione alla Casa Bianca, Barack Obama è stato ben attento a staccarsi dall’immagine nettamente impopolare della guerra totale e ideologica contro il nemico, parlando sempre delle singole minacce e delle singole situazioni, cercando per quanto possibile di circoscriverle nel tempo, sbilanciandosi a volte con delle date che non gli è stato sempre possibile mantenere, com’è successo inizialmente per l’Afghanistan. Ha dichiarato più volte di voler mettere fine (vincendole?) le guerre ereditate da Bush.

Oggi alla vigilia della corsa elettorale per il suo secondo mandato, parlando dell’utilizzo dei droni, Obama non sembra preoccuparsi di quelle che di fatto sono operazioni di guerra non più dirette contro un nemico evanescente ‘il terrorismo’, bensì contro i nemici sulla lista della Cia, con nomi e cognomi, da Bin Laden (ormai sistemato) in poi. 

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