che farà la Giordania?

Che cosa farà la Giordania? La monarchia fin qui più stabile della regione, da sempre percepita da Israele come il vicino meno pericoloso, potrebbe a breve avere in mano la chiave di volta per ridefinire le strategie geopolitiche del medioriente.

Sul piano strettamente politico l’annuncio da parte del primo ministro giordano di voler revocare l’embargo verso i militanti di Hamas espulsi dal paese nel 1999 sotto le pressioni americane, potrebbe innervosire Israele, proprio mentre lo stesso stato ebraico ha annunciato sia di voler dialogare con i fratelli mussulmani in Egitto (e forse ammorbidire la propria posizione nei confronti di Hamas), sia di voler accogliere alcuni profughi dalla Siria. Si tratterebbe di farlo però in una zona cuscinetto la cui sovranità è contesa dal 1967.

Sul piano strategico ed economico, invece, la Giordania ha scoperto di aver bisogno di gas e petrolio, con una domanda interna di energia che si prevede raddoppiata da qui al 2020. E, come Israele, ha scoperto di non poter contare a lungo sulle importazioni provenienti dal Sinai a causa dei ripetuti sabotaggi degli ultimi anni che, diretti a danneggiare lo stato ebraico, hanno avuto ripercussioni di fatto anche sulla popolazione giordana e la sua economia. Gli esperti valutano che l’approvvigionamento energetico costi al regno di Abd Allah II almeno 1,7 miliardi di dollari all’anno, cifra che rappresenta il 4% della ricchezza prodotta dal paese.

Dal canto suo, Israele, a più di vent’anni dal trattato di pace siglato da Ytzhak Rabin nel 1994 con Re Hussein, potrebbe guardare alla Giordania come a una nuova risorsa e sottrarla all’influenza di uno dei nemici giurati di sempre come l’Iran, trasformandola in un alleato strategico, grazie alla cooperazione energetica: costruendo un gasdotto che colleghi i due paesi.

I moderni oleodotti che trasportano gas e petrolio a livello transnazionale stanno modificando la geopolitica del ventunesimo secolo, instaurando dei rapporti di interdipendenza e di convenienza economica diversi da quelli del secolo scorso, di fatto largamente dominati dal modello teorico della guerra fredda.

Molti analisti hanno sempre sostenuto che Israele si prepari da tempo ad una guerra totale che faccia i conti una volta per tutte con i molti nemici esterni che circondano la regione. Questo senso di accerchiamento e progressivo isolamento dello stato ebraico si è andato sempre di più evidenziando negli ultimi anni in maniera inversamente proporzionale al perdurare dell’influenza statunitense in medioriente.

Eppure costruire un gasdotto con la Giordania potrebbe offrire a Israele l’arma vincente per superare quella che l’analista Danile Levy chiama la “sindrome del porcospino” ed entrare in una nuova fase delle relazioni regionali con gli altri stati del Golfo e del Mediterraneo orientale, senza sparare nemmeno un missile.

Diversi fattori politici potrebbero consigliare questa soluzione per evitare che l’Iran aumenti la propria influenza nella regione. Il regime di Teheran preoccupato della perdita di un alleato strategico come la Siria, il cui futuro politico è sempre più incerto, sta da tempo corteggiando Amman con la promessa della costruzione di un gasdotto che porti il proprio gas in Giordania attraverso la Turchia o l’Iraq.

Contemporaneamente anche il Qatar, che vive un nuovo protagonismo nella regione sia come produttore di petrolio sia come sponsor della nuova Libia, guarda alla Giordania con grande interesse, spingendo per il rientro della leadership di Hamas, che sta lasciando la Siria, in territorio giordano. Anche in questo caso la contropartita dello scambio politico è uno scambio energetico. La delegazione giordana che la scorsa settimana è volata a Doha sta valutando la promessa della costruzione di un rigassificatore al largo del porto di Aqaba nel Mar Rosso.

Questo scenario rappresenta l’incubo peggiore tanto per Israele quanto per gli Stati Uniti: Egitto e Libia non sono più i paesi di una volta, il petrolio saudita è meno appetibile per gli americani di quello libico, più pregiato e più facile da raffinare, l’Iran potrebbe sopravvivere più facilmente a un nuovo embargo petrolifero e l’altro grande paese produttore è la Russia di Putin. Adesso che anche la Turchia ha aderito a South Stream (con un accordo siglato con il Cremlino lo scorso 28 dicembre 2011), il gas russo non ha più ostacoli verso l’Europa e, come abbiamo appena visto, la Turchia è un paese di snodo molto importante. South stream si sta già costruendo mentre il progettato gasdotto concorrente, Nabucco, è fermo al palo sia sul piano degli investimenti necessari (7,9 miliardi di euro i costi finora stimati), sia per la scarsa collaborazione delle repubbliche centroasiatiche che in questo momento stanno privilegiando i rapporti commerciali con la Cina.

Nabucco, il gasdotto che dovrebbe collegare i giacimenti del Mar Caspio con l’Europa senza passare dalla Russia, era il progetto degli americani e nella guerra fredda del nuovo millennio sembra che la partita stia volgendo in favore della Russia.

Israele può continuare nella convinzione di poter fare tutto da sola oppure potrebbe portare la Giordania sotto la propria influenza arrestando questo meccanismo, perché anche i petrodollari non sono più quelli di una volta e le ragioni degli oleodotti spingono i governi ad essere più “creativi”.

In questo modo la Giordania potrebbe considerare meno allettante legare le proprie sorti energetiche a quelle di stati come il Qatar o l’Iran.

Ci sono tre strade con cui Israele potrebbe collegarsi con un gasdotto alla Giordania e una di queste passerebbe dalla Cisgiordania. L’arrivo di risorse in territorio palestinese potrebbe far sembrare meno utopistico il tanto discusso e mai praticato processo di pace. Il gas frutto delle trivellazioni che Israele sta facendo nel mediterraneo orientale – e che hanno fatto infuriare la Turchia all’inizio dell’estate scorsa – potrebbe finire in Giordania beneficiando nel contempo anche i territori palestinesi.

Sarebbe un grosso cambiamento politico la cui contropartita è rappresentata da un grosso risparmio economico, poiché un gasdotto tra Israele e Giordania (che passi o meno dalla West Bank) è meno caro e meno ingegneristicamente ambizioso.

Inoltre, fornirebbe una valida opzione a coloro che oggi in Israele sono divisi nella scelta di trattenere in patria il surplus di produzione o esportarlo competendo con giganti come la Russia e il Qatar verso il mercato asiatico. Il dibattito in Israele è aperto, e il quotidiano Haaretz nei giorni scorsi ha pubblicato un articolo in sostegno dell’opzione giordana. Fare accordi energetici con la Giordania e portarla dalla propria parte potrebbe sembrare un’ipotesi politicamente fantasiosa ma non è raro che un beneficio economico si trasformi in un vantaggio politico.

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