le mire internazionali sul gas egiziano

La scoperta di un nuovo promettente giacimento di gas nel delta del Nilo (Salmon) ad opera di Bp Egypt e dell’Eni (attraverso Ieoc), che detengono ciascuna il 50% della concessione, situata 50 chilometri a nord di Damietta, è un altro importante segnale del rinvigorirsi della corsa energetica nel Nord Africa.

L’instabilità politica conseguente alle rivoluzioni della primavera araba aveva aumentato l’interesse internazionale su chi avrebbe approfittato maggiormente dei cambi di regime per sfruttare le vaste risorse del continente africano, soprattutto lungo le coste del Mediterraneo.

I proventi che derivano dall’industria energetica sono una voce essenziale per far funzionare i futuri governi sia in Egitto sia in Libia. Come ha dimostrato il caso iracheno, però, il periodo di transizione con il coinvolgimento di diversi attori internazionali a proteggere tanto gli investimenti fatti e la sicurezza degli impianti, quanto la possibilità di instaurare relazioni privilegiate per lo sfruttamento di nuovi giacimenti può rivelare delle soprese e lasciare spazio a nuovi attori. Lo dimostra anche l’iperattivismo diplomatico della Turchia in Medio Oriente, molto colorito davanti alle telecamere ben più accorto negli accordi commerciali.

La Egyptian general petroleum corporation (Egpc) sta cercando di reperire fondi presso le banche internazionali per dare impulso alle esportazioni verso paesi come la Giordania e Israele, questo per bilanciare il costo delle importazioni di alcuni prodotti (butano e gasolio) e l’eccessivo ricorso al ministero del Tesoro per tenere in ordine la bilancia dei pagamenti.

Benchè il governo egiziano abbia annunciato di voler rinegoziare i profitti derivanti dalle esportazioni che passano attraverso i suoi oleodotti, compensando così i prezzi artificialmente bassi frutto della corruzione degli affaristi legati al regime di Mubarak, oggi sembra che non ci sia poi un grande margine di manovra in questo senso. Infatti, i prezzi del commercio internazionale di gas naturale sono piuttosto bassi anche per le frequenti interruzioni negli approviggionamenti.

Israele sta esplorando vie alternative al rifornimento di materie prime energetiche attraverso l’Egitto. Il ministro del Petrolio egiziano, Abdallah Ghorab, ha dichiarato in un’intervista al quotidiano di Stato Al Haram che la bozza del nuovo listino dei prezzi del gas è quasi pronta, e di essere estremamente fiducioso sugli investimenti di compagnie estere in Egitto, ricordando il progetto della Bp di 11 miliardi di dollari e del potenziamento degli investimenti dell’Eni nelle regioni del Sinai, nel Sahara occidentale e nel Mediterraneo. Anche la malese Petronas sta investendo 2,5 miliardi di dollari in un progetto congiunto con la Bp.

La produzione di gas dell’Egitto è notevolmente cresciuta negli ultimi decenni passando dai 21 miliardi di metri cubi del 2000 ai 62,7 del 2009 secondo i dati statistici forniti dalla Bp; il consumo domestico, nell’ultimo anno, ha visto un aumento della domanda del 6% contraendo le esportazioni dai 18,3 miliardi di metri cubi del 2009 ai 15,2 del 2010. Ma l’esplorazione dei nuovi giacimenti nel delta del Nilo finora sta dando dei risultati promettenti. Salmon è la terza grossa scoperta che segue Satis-1 e Satis-3 in quella regione.

Quanto al petrolio, la guerra in Libia ha fatto emergere gli appetiti dell’Arabia Saudita. L’aumento della sua produzione ha mantenuto stabile il prezzo del petrolio ma è anche rivolta su scala globale ad aumentare la capacità di raffinazione del Medio Oriente. Alcuni analisti internazionali prevedono un aumento della produttività degli impianti di raffinazione che potrebbe assorbire il 20% del mercato globale e aumentare la capacità produttiva della regione del 60% nel periodo dal 2010 al 2018.

Due importanti membri dell’Opec, l’Arabia Saudita e l’Iran, hanno annunciato di voler portare la propria capacità di raffinazione agli 1,2 milioni di barili al giorno nel 2018. Anche il Kuwait e gli Emirati Arabi hanno annunciato dei piani di espansione rispettivamente di 900 mila e 620 mila barili al giorno. Piani analoghi potrebbero essere intrapresi da Iraq, Yemen e Barhein ma la loro riuscita è più strettamente legata a questioni di sicurezza e instabilità politica.

Questi obiettivi sembrano sostenuti dalla costante crescita della domanda interna in controtendenza rispetto a quanto avviene nel resto del mondo. Il 36% del fabbisogno energetico del Medio Oriente è garantito dal petrolio, rispetto alla media mondiale che è del 7%. L’aumento della capacità di raffinazione del greggio si inserirebbe così immediatamente in competizione con l’Asia, ben più attrezzata rispetto all’Europa a raffinare un petrolio di qualità inferiore, come quello saudita.

Anche dal punto di vista energetico, il diverso assetto politico del Nord Africapotrebbe portare delle novità interessanti, dovendo fare i conti con una mutata domanda interna non solo di maggiore democrazia ma anche di maggiori consumi energetici.

Articolo pubblicato su Limesonline

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