diario della crisi

In questi giorni in Italia e guardando all’Italia si parla moltissimo di due cose: dell’uscita di scena di Berlusconi e dello “spread”, termine economico di cui spesso non viene chiarito il significato.

Non tutti sono convinti che la storia politica del cavaliere sia finita qui, nonostante, per dirlo con una battuta, l’annuncio di Emilio Fede di lasciare la direzione del Tg4 con calma, l’anno prossimo, a giugno. Perché nella politica italiana tutto può succedere.

Per commentare questa fase però mi piacerebbe sfatare alcuni luoghi comuni.

Il primo: la legittimità o meno della gente di festeggiare l’uscita di scena di un uomo politico tanto controverso che l’appellativo giornalistico comune (meno offensivo) con cui è stato designato è “Caimano”.

La libertà dei cittadini di manifestare pacificamente il loro pensiero in questo Paese è sempre più spesso messa in discussione: quando è opportuno manifestare il proprio dissenso, con quali modalità, chi può farlo? Io credo che a questa domanda si possa dare una risposta semplice: tutti possono manifestare liberamente e pacificamente il proprio pensiero. Altra considerazione è invece l’efficacia politica di una manifestazione, quello che si prefigge.

In democrazia si può festeggiare la fine di un governo. Non era mai successo prima che una folla si radunasse davanti al Quirinale per esprimere la propria contentezza per le dimissioni di un Primo Ministro. Le immagini in diretta da Skytg24 fino ad Al Jazeera hanno mostrato immagini festose, trenini, persino un improvvisato concerto orchestrale. (Chi conosce il tenore dei cori da stadio poi, sa che i manifestanti di sabato sono stati piuttosto educati).

Può non piacere e si può non prendervi parte. Ma non definirlo diversamente da quello che è stato e che centinaia di persone hanno vissuto ed espresso legittimamente. Ad alcuni la folla sotto la residenza privata di Silvio Berlusconi è sembrata simile a quella che accolse, con un lancio di monetine all’uscita dal suo albergo, un altro Primo Ministro molto discusso, Bettino Craxi. La cronaca da Palazzo Grazioli ha mostrato invece Ministri della Repubblica, pagati con soldi pubblici per ricoprire incarichi istituzionali alzare il dito medio rivolti ai manifestanti. E non era la prima volta. Solo l’ex Ministro Giorgia Meloni ha avuto un atteggiamento diverso, riconoscendo la legittimità di manifestare della gente.

Il secondo: il consenso di Silvio Berlusconi nel Paese. Su Silvio si può esprimere qualsiasi giudizio, io qui voglio ricordare pochi fatti veri e incontrovertibili: Silvio non è stato eletto dalla maggioranza assoluta degli italiani.

I suoi elettori negli ultimi quindici anni non sono aumentati. Nella vittoria del 2008 Berlusconi ottenne uno scarto maggiore sui suoi avversari rispetto al 2006 perché il centrosinistra perse voti in suo favore e perchè l’astensione, sebbene trasversale, pesò molto di più su quella parte.

Ma non ha mai accresciuto il suo consenso nel Paese, furono molti di più quelli che non votarono per lui insieme a quelli che non votarono affatto.

Bisognerebbe piuttosto interrogarsi su quanto in questi ultimi 15 anni chi non era d’accordo abbia potuto esprimersi.

Oggi si continua ad ignorare questo dato non modificando una legge elettorale che consente di governare solo grazie al premio di maggioranza, senza imporre criteri di trasparenza ai mezzi di informazione, ignorando i risultati di consultazioni referendarie. Come se la cosa pubblica dovesse essere gestita da pochi illuminati che tutto vedono e tutto sanno rispetto alla moltitudine ignorante che non può esprimersi.

Che poi non si capisce perché per uscire dalla crisi procurata dai banchieri bisogna dar retta proprio ai banchieri.

Si invoca per questo, un governo tecnico a presiedere un Parlamento eletto con modalità che hanno lasciato il minimo possibile di margine di scelta ai cittadini, in nome della stabilità dei mercati finanziari.

Anzi, in nome dello spread ossia del grado di solvibilità del nostro Stato. L’aumento del nostro spread ci dice che gli operatori finanziari si fidano più della Germania rispetto ad altri paesi europei sulla capacità di onorare i propri debiti. Quindi le banche vorrebbero essere garantite e rifinanziate. Richieste a cui finora sono rimaste sorde sia la Bce sia la Germania, che al cosiddetto fondo di stabilità europeo ha promesso la metà dei soldi che servirebbero per farlo funzionare.

Lo spettacolo davvero triste in questo momento è quello dato dalla politica, non dai cittadini, chiamati a pagare una crisi senza potersi esprimere democraticamente.

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