e finalmente saremo tutti precari ma questo fa male all’euro(pa)

La parabola dei provvedimenti finanziari di quest’ultimo governo Berlusconi è abbastanza semplice: si è passati dalle finanziarie lampo decise dal Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, degli ultimi tre anni, di cui nessuno sapeva bene il contenuto e votate in luglio ”sulla fiducia”,  alle manovre azzardate dell’ultimo anno: continuamente riscritte, sistematicamente prive non solo di una ricetta anti crisi ma di provvedimenti per lo sviluppo.

Tutti fanno un gran parlare di riforme “strutturali e necessarie” che guarda caso dovrebbero colpire come sempre redditi bassi e pensioni, ma l’unica riforma che sta mettendo davvero in campo questo governo è quella della definitiva precarizzazione delle condizioni di lavoro, con una importante novità: finalmente precari tutti. Questa la dote contenuta nell’ultima manovra finanziaria, ripresentata a settembre, attraverso norme che consentono numerose deroghe ai contratti collettivi nazionali su retribuzioni, orari di lavoro, rappresentanza sindacale. Anche per chi ha un impiego a tempo indeterminato e un contratto di categoria nazionale di riferimento. Questo attraverso i cosiddetti accordi di prossimità, stipulati dai sindacati più rappresentativi nella singola azienda. Una nuova fantasiosa applicazione del federalismo. Oggi la Repubblica ne parla diffusamente in questo articolo.

Tutti precari, tutti d’accordo? Soltanto un anno fa il governatore della Banca d’Italia e prossimo governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, imputava all’eccessiva precarietà dei rapporti di lavoro la bassa produttività dell’Italia unita alla mancanza di investimenti.

E non è vero che i soldi non ci sono. Ci sono ma sono concentrati in poche mani e male utilizzati, come descritto nell’articolo di Marco Panara su Affari & Finanza di Repubblica dello scorso 19 settembre. Queste le cifre: il 57,8% della ricchezza deriva da beni immobili, il 37,3% da attività finanziarie e soltanto il 4,9% da beni di valore e attività reali. Inoltre, stando al rapporto Efige 2011, la percentuale dell’attivo in bilancio delle imprese italiane finanziata con capitale proprio dell’imprenditore è solo del 12% a fronte del 30% in Francia e del 34% in Germania. Panara conclude che i nostri imprenditori sono ricchi e le loro aziende povere. Una riflessione più ampia su questi dati è contenuta nel blog Italia 2013.

Il governo italiano non ha ancora messo in campo una strategia anti crisi convincente per Bruxelles, già alle prese con le resistenze tedesche a creare un fondo che garantisca il debito dei paesi membri più a rischio. Se ne discute da quando la Grecia ha dovuto portare i “i propri libri contabili” al tribunale europeo. E si susseguono le raccomandazioni perchè l’Italia non debba fare altrettanto e dia chiari segnali per rilanciare lo sviluppo del paese. Quello che si sa di un possibile decreto sviluppo, invece, è che non è ancora pronto, che manca un vero accordo politico sul possibile testo e che tuttalpiù, per reperire risorse, si punterebbe a ben 12 nuovi condoni. Premiando così chi aggira la legge sperando in uno sconto sulle tasse che i cittadini onesti pagano per intero.

L’Eurostat dice che nel nostro paese sono 14,8 milioni le persone povere o a rischio di povertà e di esclusione. Rendere tutti i lavoratori italiani vulnerabili e precari non è una ricetta che dovrebbe piacere all’Europa. E per il suo bene.

 

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