senza distinzioni di censo, riprendersi la piazza è un dovere

E’ vero questo governo di solito prima le spara grosse e poi è costretto (in sordina) a correggere il tiro. E anche se la proposta del Ministro dell’Interno avesse zero chance di essere anche solo presa in considerazione vanno dette alcune cose per ristabilire non solo la verità ma anche il peso delle responsabilità.

Facciamo un esempio: pagare per esprimere il proprio consenso non pone problemi etici interpretativi, chiunque saprebbe spiegare questo fatto. Se l’unico modo per esprimere consenso fosse pagare già sarebbe diverso. Sul tema delle transazioni finanziarie e sulla loro trasparenza questo governo e questa classe dirigente hanno dato tanti cattivi esempi e tante prove di ambiguità quante ne è capace la natura umana.

Ma pagare per esprimere il dissenso è ancora più odioso e discriminante, è un vero e proprio insulto alla gente che è scesa in piazza a manifestare per tante ragioni.

La prima è quasi banale: il Ministro dell’Interno dovrebbe garantire la sicurezza dei manifestanti non dai manifestanti. Non si possono sottovalutare le eventuali fonti di pericolo, lasciarle arrivare fino in piazza, guardarsi lo spettacolo il giorno dopo su un monitor di computer e andare ad arrestare i criminali a casa e chiedere i danni a chi ha manifestato pacificamente.

Certo questo governo non ama essere scocciato con “la Costituzione” e i diritti da essa garantiti a tutti i cittadini, dove le libertà fondamentali sono più importanti del censo. E la libertà di manifestare il proprio pensiero è tra queste e non può essere subordinata ad un conto in banca.

La seconda ragione fa indignare ancora di più: chiedere una fideiussione bancaria alla piazza del 15 ottobre è proprio uno schiaffo alla decenza.

Quelli che erano in piazza il 15 ottobre sono proprio la categoria di soggetti che se vanno in banca per un mutuo o per un prestito, nella migliore delle ipotesi ricevono uno sguardo di compatimento oppure rischiano di essere truffati (attenzione alle banche che promettono un mutuo anche ai precari, si firma loro un assegno in bianco). Sono i precari, quelli con contratti a termine, pensionati, persone che hanno difficoltà familiari o di salute a cui ancora non è stato detto come potrà provvedere a sé o alla propria famiglia (se proprio insiste a volerne una) sia oggi sia in futuro. Una generazione che quando ‘i vecchi saremo noi’ sarà troppo tardi per porsi il problema della pensione o di una vecchiaia serena. Non ci sarà tempo nemmeno per la famosa guerra tra poveri, perché continuando a smantellare lo stato sociale e la contrattazione nazionale saremo tutti (i poveri) ugualmente senza diritti, costretti ad offrirci al miglior offerente perché non esiste una soglia minima di reddito garantita.

Come si può pensare di spostare la responsabilità dell’ordine pubblico dal Viminale alla piazza e sopprimere di fatto la libertà di manifestare pacificamente e di esprimere le proprie idee e anche il proprio dissenso dalla politica di un governo?

Abbiamo già assistito alla scena di un leader del centrosinistra (che eventualmente non si definirebbe tale però ci tiene a formare governi in coalizione),  Antonio Di Pietro, chiedere il ripristino della Legge Reale che, tra le altre cose, è bene ricordarlo, autorizzava l’utilizzo delle armi da fuoco per garantire l’ordine pubblico. Oggi il Partito Democratico propone di abolire la manifestazione dei No Tav per il pericolo di incidenti. Così come si vuole impedire alla Fiom di sfilare in corteo venerdì prossimo a Roma.

I poveri sono brutti, che sfilassero in periferia e chi non è d’accordo stia zitto. E’ questa la politica che si sta affermando in queste ore.

Il problema di come si “manifesta” il proprio dissenso è anche un problema dei manifestanti ma non si può scaricare su di loro tutta la responsabilità. Ad esempio, il non aver preso con forza le distanze dalle curve violente negli stadi da parte di certi ambienti della tifoseria e dei club calcistici ha espulso le famiglie dagli stadi prima e prodotto la tessera del tifoso poi (e sarà un caso che anche la tessera del tifoso passi da una filiale bancaria, come la novella fideiussione invocata da Maroni).

Ma il 15 ottobre ha il merito di aver mostrato anche la distanza fisica, non solo ideologica, tra la stragrande maggioranza dei manifestanti e gli incappucciati delle devastazioni. E sarebbe ora che certi ambienti più radicali facessero finalmente i conti con la propria inadeguatezza. Non tutti i frequentatori dei centri sociali sono fiancheggiatori della vialenza. Ma l’alibi culturale che si è fornito loro è oggi il boomerang della repressione. Bisogan farci i conti.

Infine le ragioni della piazza in questi anni sono più importanti. Direi sono troppo importanti. In questo paese ci sono troppi morti di lavoro e lavoro nero. Ci sono precari o persone rimaste senza lavoro che hanno scelto di togliersi la vita per protesta. Nessuna di loro è mai andata a tirare pietre o a spaccare vetrine. Ci ricordiamo di Mariarca Terracciano? L’infermiera dell’Ospedale San Paolo di Napoli che è morta perchè lavorava senza ricevere lo stipendio e per protesta aveva deciso di sottoporsi a onerosi prelievi di sangue volontari ogni giorno. O dell’operaio bergamasco che si era dato fuoco perché aveva perso il lavoro? Del giornalista precario che si è ucciso perché sentiva di essere senza prospettive? Ci ricordiamo di quell’imprenditore che aveva deciso di vivere con lo stipendio dei propri operai e aveva confessato di non esserci riuscito, era arrivato all’esasperazione?

Per non parlare di un ragazzo come noi, però tunisino, che viveva in un paese dove non era possibile manifestare e un giorno si è dato fuoco.

Queste persone avrebbero potuto garantire una fideiussione bancaria per manifestare, per portare avanti la propria battaglia?

Riprendersi la piazza del 15 ottobre è un dovere.

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