a est del mediterraneo

L’annunciata presenza militare turca nel mediterraneo orientale non è solo il risultato della rottura diplomatica con Israele, è una questione commerciale ed energetica che coinvolge sia l’identità turca sia le relazioni diplomatiche con Washington. L’imminente invio di navi da guerra turche era stato annunciato all’indomani dell’espulsione dell’ambasciatore israeliano in Turchia e della sospensione di tutti i contratti militari tra i due paesi, lo scorso 2 settembre 2011. La motivazione ufficiale fornita dal primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan sono state le mancate scuse da parte del governo israeliano per l’uccisione di nove cittadini turchi a bordo dell’imbarcazione Mavi Marmara della Freedom Flottila, che nel maggio 2010 intendeva rompere il blocco navale israeliano nella Striscia di Gaza.

In realtà lo scontro diplomatico latente ha mostrato tutta la sua forza con l’esplodere della questione energetica, di cruciale importanza tanto per Israele quanto per la Turchia.

Quando il governo greco cipriota ha annunciato che il prossimo ottobre inizierà una campagna di trivellazioni al largo dell’isola, grazie ad un accordo siglato nel 2008 con la compagnia texana Noble Energy, la reazione turca è stata immediata. Fino a concretizzarsi, nelle ultime settimane, in un’ipotesi di patto sottoscritto tra la Turchia e il governo della zona Nord di Cipro, non riconosciuto dalla comunità internazionale e sotto la tutela politica e militare di Ankara fin dalla propria proclamazione di indipendenza nel 1983.  L’obiettivo è delimitare anche i confini marittimi dell’isola contesa e quindi stabilire il diritto della metà turca di Cipro a sfruttare le riserve di petrolio e gas naturale disponibili sotto il mare. Una questione complicata dagli interessi strategici in quella zona del Mediterraneo per la ricerca e lo sfruttamento di idrocarburi.

In realtà già lo scorso 19 settembre Cipro ha annunciato che l’esplorazione di Noble Energy è iniziata in un’area ridotta all’interno della propria zona economica, al confine con le acque territoriali israeliane. Israele, che fino ad oggi ha avuto l’Egitto come principale partner energetico, recentemente si è mosso sul fronte dell’esplorazione delle risorse di petrolio e gas sottomarine, per trovare strade alternative al proprio approvviggionamento. Le compagnie israeliane Avner Oil and Gas LP e Delek Drilling LP hanno ricevuto mandato ad investire nel progetto di trivellazioni cipriota, nel quale detengono un’opzione d’acquisto del 30% della concessione di Noble Energy nell’area identificata come Blocco 12, in base ad un accordo territoriale siglato lo scorso anno tra Cipro e Israele.

Contemporaneamente Cipro ha siglato accordi sia con l’Egitto sia con il Libano per la delimitazione delle aree di competenza territoriale in cui portare avanti trivellazioni sottomarine per la ricerca di gas e petrolio. Questo scenario pesa più di ogni altro nella politica estera turca nella regione. Ma l’area sottomarina contesa (ossia la zona economica di Cipro che copre una superficie di 51000 chilometri quadrati) potrebbe diventare un complicato problema giuridico visto che né la Turchia né Israele hanno mai ratificato la convenzione delle Nazioni Unite del 1982 che stabilisce le linee guida per lo sfruttamento economico delle risorse naturali negli oceani (UNCLOS) trattato ratificato invece dalla Repubblica di Cipro e dal Libano.

E la contesa energetica è una questione che  riguarda l’Europa molto da vicino.

La Turchia non è uno degli oscuri paesi ex sovietici che ha bussato alle porte dell’Unione portando in dote una nazione senza regole finanziarie con cui fare affari. Era un paese dalla forte identità nazionale che aveva conquistato la propria ‘modernità’ attraverso governi autoritari e un colpo di stato militare negli anni ’80 e che ha nella sua sfera d’influenza più diretta l’ultima città europea divisa da un muro: la capitale dell’isola di Cipro, Nicosia. La questione cipriota per la Turchia è stata di fondamentale importanza lungo tutto l’arco dei negoziati per il suo ingresso nell’Unione Europea. Ben più importante della difficile ammissione del genocidio armeno. Mentre Cipro è un membro dell’Unione dal 2004, per la Turchia la risoluzione della contesa tra la metà greca e quella turca dell’isola è ancora oggi una questione fondamentale e questi ultimi avvenimenti interrompono un delicato negoziato di pace avviato nel 2008. Che a Washington non si faccia niente nella crisi diplomatica con Israele, per Ankara non è una grande sorpresa. Ma che la Repubblica greco cipriota trivelli al largo dell’isola di Cipro per sfruttare le risorse energetiche celate nel sottosuolo, questo sì potrebbe rompere un accordo e accelerare la politica turca in medioriente.

Alla luce di questi avvenimenti appare, infatti, ancora più significativo il viaggio ufficiale in Nordafrica del primo ministro turco Erdogan, accompagnato dal ministro dell’energia Taner Yldiz che ha rilasciato numerose dichiarazioni alla stampa sulle potenzialità degli accordi commerciali tra Egitto e Turchia, nell’esplorazione congiunta di possibili fonti energetiche nel Mediterraneo e soprattutto per il completamento dei 1200 km del gasdotto egiziano Arab Natural Gas, entro la fine del 2011. Senza contare che un ramo del gasdotto rifornisce anche Israele, il ministro turco ha posto l’accento sulla doppia corsia di questa autostrada energetica: una che porterà il gas dell’Azerbaijan attraverso la Turchia in Siria e Libano, l’altra che collegherà direttamente Egitto e Turchia. E nei programmi turchi ci sono anche Tunisia e Libia, già meta delle ambizioni europee nella contesa energetica, tanto che a fronte della visita di Stato di Erdogan, il presidente francese Nicolas Sarkozy e il premier britannico David Cameron, si sono affrettati in una visita congiunta negli stessi luoghi.

Quanto contano nella politica dei gasdotti le relazioni internazionali? Negli ultimi quindici anni è sembrato sempre più impossibile separare le ragioni degli uni dalle altre. Il primo ministro turco Erdogan, oggi al suo terzo mandato, negli ultimi anni è stato messo in stand by dagli altri leader europei che in alcuni casi hanno espresso pareri poco favorevoli circa l’esito del lungo negoziato per l’ingresso della Turchia nell’Unione. Questo ha raffreddato gli entusiasmi europeisti non solo della popolazione turca ma anche della nazione che fin qui ha rappresentato il ruolo di miglior alleato Nato in medioriente. E’ un fatto che Erdogan stia spendendo molta della sua leadership per diventare un punto di riferimento non solo nel mediterraneo orientale ma del mondo arabo nel suo complesso. Tanto più gli Stati Uniti hanno visto appannarsi la propria influenza nella regione tanto più la Turchia sta giocando un ruolo di intermediazione politica e economica. E negli ultimi tempi Erdogan sta cercando di colmare il ritardo nella reazione alla cosiddetta primavera araba forte di un’immagine più spendibile di quella dell’Europa e degli Stati Uniti in questa parte di mondo che di fronte alle rivoluzioni mediorientali hanno mostrato gli stessi limiti.

Sul piano più squisitamente economico la Turchia si presenta oggi come il paese privilegiato per l’approviggionamento energetico dell’Europa dall’Asia. Ma la Turchia potrebbe anche decidere di invertire la rotta e anziché portare l’Asia in Europa, rivolgere la sua attenzione a oriente, laddove si estende la maggior parte del suo territorio. L’Europa verrebbe così declassata a uno dei vicini con cui fare affari, ma soltanto da una posizione di forza. Molto più conveniente appare in questo momento stringere invece saldi legami con il Nordafrica e soprattutto con la Cina: un mercato più competitivo e in espansione di quello promesso dalla zona euro che non può vantare né le stesse cifre di crescita positive né la stessa solidità economica. Così l’Europa potrebbe ritrovarsi alle porte dell’inverno con il dilemma energetico di sempre: come bypassare le contese tra la Russia e le ex Repubbliche sovietiche? Tuttavia questa non è più soltanto un’ipotesi di strategia internazionale perché negli ultimi anni sono stati messi in campo accordi energetici e ingenti risorse finanziarie che si sono concretizzati nei due progetti concorrenti Nabucco e South Stream. Attraversando la Turchia il primo e il Mar Caspio il secondo entrambi rappresentano le nuove rotte energetiche per portare in Europa il gas asiatico. Nodo fondamentale del progetto Nabucco è proprio il porto turco di Ceyan già collegato sia con l’Iraq che con la città azera di Baku nel Mar Caspio mentre South Stream porterebbe in Europa il gas russo attraversando il Mar Nero. In quest’ultimo progetto hanno fortemente creduto i vertici dell’Eni, fino a poco tempo fa partner al 50% della società russa Gazprom. Eni ha annunciato che ridimensionerà la propria quota consentendo l’ingresso in Southstream, rispettivamente con il 15%, alla francese Edf e alla tedesca Wintershall.

La Turchia resta però un nodo di congiunzione strategico. La Itgi, società che sta progettando il gasdotto tra la Turchia, la Grecia e l’Italia, ha annunciato di aver completato con successo la ricerca sottomarina di otto mesi e costata 10 milioni di euro, sul tracciato offshore del gasdotto Igi Poseidon (50% Edison, 50% Depa), che dovrebbe garantire una modalità di trasporto più veloce del gas azero in Europa.

La Turchia sembra quindi destinata a confermare anche in politica economica il ruolo assegnatole dalla geografia naturale, di ponte tra Asia e occidente. Per questo, com’è già successo in passato, lo sfruttamento economico delle acque intorno ad una piccola isola del mediterraneo orientale potrebbe assumere rilevanza internazionale tanto per la Nato quanto per l’Unione Europea. E quella che sembra una questione di identità turca, che – per inciso – si estende fino ai ricchi giacimenti dell’Azerbaijan e del Turkmenistan, appare ancora più rilevante nell’isola di Cipro.

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