Mboro Ndeundekat, Mboro sur Mer

Arrivare a Mboro sur Mer è stato un viaggio nel buio, per scoprirne nuove qualità ovvero la luminosità di certe esperienze. Intanto bisogna lasciare a casa alcuni cliché: il caldo africano, la mancanza del profumo di caffè al mattino…Anche in Africa d’inverno fa freddo e di notte i ragazzi e i bambini battono i denti col vento e 12° di temperatura, senza sciarpa e maglione. Certo non sono eschimesi e io neppure. E se l’anno scorso nello stesso periodo c’erano trenta gradi poco importa, scuotono la testa e ti dicono che i cambiamenti climatici sono una cosa seria, non è ancora arrivata la mezza stagione. Tutte le mattine a casa di Gabriella arrivano però le baguettes e sale su il caffè fatto con la moka grande, perché i posti a tavola son almeno 12. L’unica deroga alla disciplina svizzera di Maman Gabì è l’orario: il pane arriva con il cavallo Mandala dal villaggio e chi non si alza col canto del gallo in cortile è sicuro di servirsi meglio. Io che il gallo cantasse ogni 10’ come se fosse una sveglia non lo sapevo, non gliene voglio perché per fortuna nemmeno lui si alza all’alba. Poi ci si dirige in ordine sparso verso la casa grande, tenedo d’occhio se si libera il bagno, seguendo la scia della colazione, e certo, se non te lo porti da casa il caffè macinato lo trovi a Dakar e sono tre ore di viaggio che sono un viaggio a sé.

L’aeroporto di Dakar, invece, è quello che ti aspetti: una versione solo un po’ più grezza di Ciampino e fuori una folla ad accoglierti: vogliono portarti il bagaglio, cambiare gli euro in moneta oppure in valuta locale. La troupe di Cinemovel ha almeno quattro o cinque carrelli stracolmi trascinati con fatica alle due macchine che sono venute a prenderci, perché in quel chiasso il carrello non lo molli, sono amici o aspiranti facchini quelli che ci seguono? Nel buio delle quattro del mattino e due fiochi lampioni gialli distinguo Mara, il coordinatore di Pro Senegal, l’associazione che ci ospita, perché è alto quasi due metri e Pape Sall, l’altro autista corpulento dalla testa rasata ma con il sorriso di un bambino. Alla fine infilano i bagagli sul tetto e noi ragazze nella macchina e per dieci minuti c’è solo l’assedio dei facchini che sono comunque arrivati e vogliono esser pagati, ai quali rifilo la mia occhiata internazionale per “tieni a posto le mani” che con la scusa dell’elemosina certi provano a chiedere altri passaggi. Le macchine sono malandate come quelle che vedi usare dai contadini in campagna, ammaccate con le carrozzerie patchwork, solo che queste qui sono grosse perché sono ex macchine funebri riadattate a berline sette posti. La strada che si allontana dall’aeroporto è una lingua di asfalto compatto con gli spartitraffico in cemento costeggiata da due file di sabbia e case abbozzate, qualche cubo intonacato, qualcuno no, qualche piano non finito. Sembra quasi di attraversare certe zone della Calabria, ci sono anche le stazioni di servizio con l’alimentari di tutto un po’ e nel senso di marcia opposto credo di aver letto l’insegna di una pizzeria. Dove sono le palme e i baobab? Presto scompaiono anche i lampioni e io mi addormento per riaprire gli occhi giusto un paio di volte alle rotatorie che segnano l’attraversamento di un centro abitato. Per me siamo andati sempre dritto e per una strada dritta arriviamo in uno spiazzo buio dove ci dicono che siamo arrivati. Qui il buio è buio vero: si cercano le torce, scorgo Greta che accortasi di essere praticamente in spiaggia rinuncia agli stivaletti col tacco per le scarpe da ginnastica. Io ho i miei ugly booties di lana che tutti mi avevano sconsigliato di portare e che invece mi salveranno dal freddo. I bagagli finiscono sul gradino ai piedi di una serranda dietro la quale miagola un gatto. Quello di giorno è il negozio di Laurent: la bottega del villaggio e nostro fornitore di schede telefoniche, succhi di frutta, acqua, biskrem – i biscottini al cacao che ci piacciono da morire – caramelline Valda, banane, carta igienica e sigarette. Ma ci si possono comprare molte altre cose, basta distinguerle sulle scaffalature fino al soffitto e nel retro del bancone…Laurent sembra un lord che per avventura ha deciso di soggiornare proprio lì ma di non farsi contaminare dalla natura. Sinuoso nei movimenti e con lo sguardo fiero.

Quando tutti abbiamo le nostre lucine sulla fronte scopro che i bagagli vanno sistemati su certi carretti da frutta trainati dai cavallini, il terzo è per noi. Noi siamo tanti e davanti inizia la vera spiaggia e si sente già il rumore dell’oceano che spuma di onde a ripetizione. Non facciamo in tempo ad impietosirci per la povera bestia che ci trasporta che il cavallo inciampa cadendo di lato. E nel buio si vede solo il cavallo con le zampe per aria e io che sono bimba di città spero che non arrivi qualcuno a finirlo con una pistola perché si è irrimediabilmente azzoppato. Ma qui non siamo in quel genere di film ‘country’, il cavallo si rimette in piedi, il carrettiere sceglie un percorso migliore dove la sabbia è più dura e si va giù costeggiando il bagnasciuga fino alla casa. Ad alcuni il rumore delle onde impedisce di dormire. Io dopo qualche giorno rinuncio anche alla mascherina da aereo…di sera ho sonno e col canto del gallo (un gallo tiratardi come dicevo) mi sveglio: alle otto, quando a Roma sono già le nove, bella forza!

La gita in carretto da casa di Gabì al villaggio è uno dei miei momenti preferiti se non fosse per i cinque minuti di umiliazione nel tentativo di montarci sopra. Posso solo dire che la ruota del carretto però a me arriva all’altezza del petto e quindi la forza di gravità non gioca a mio favore.

Portare il cinema e fare un corso di formazione audiovisiva a Mboro Ndeundekat (il nome originale del villaggio dei pescatori, involontariamente omesso nei nostri striscioni) comporta più burocrazia di quel che ci si aspetti. E non solo perché Betti e Nello ci hanno rimesso tre viaggi a Dakar per incontrare esponenti del governo senegalese e della cooperazione italiana perché i nostri fondi sono incappati in certi ‘vizi procedurali’. Ma perché il progetto nasce grazie alla collaborazione con una serie di associazioni locali (delle specie di pro-loco) che si occupano di questi eventi e che ci incontrano in una riunione preparatoria il giorno stesso del nostro arrivo. Ci presentiamo e ci salutiamo, scopriamo subito che arriviamo lì nel bel mezzo di una festa religiosa che sottrae almeno due giorni di attività al programma, da rimodulare nelle date disponibili, e tutta una serie di altre cose scritte in un programma iper dettagliato e poco probabile che tutti demandano al giovane Enzo Bevar di annotare sul proprio blocco. Noi ci guardiamo intorno, giochicchiamo con la telecamera, cominciamo a renderci conto che nel nostro francese a contatto con quello locale il congiuntivo…questo sconosciuto! Il mitico proiezionista Scalet per il momento tace…avrà modo di arrampicarsi sugli alberi, sui tetti delle case, per montare lo schermo, utilizzare gli inseparabili moschettoni, costruire un pannello solare per alimentare un computer portatile, distendere cavi audio e ciabatte nell’infinito, sempre parlando italiano per poi concludere alla fine che “il cinemà z’è bon!”

Io e l’impagabile Elena Aime, che ha montato un reportage in Wolof sottotitolato in un francese frutto di strenui accordi tra la francofonia locale e le reminescenze della grammatica del liceo, ci siamo trovate un bel mattino in un’aula con 14 persone dai 17 ai 40’anni divise in due squadre di riprese in esterni. Quanto hanno lavorato questi ragazzi! In una settimana hanno preso appunti su come si fa un’intervista, come si decidono gli argomenti, come si gira e quali sono i piani di ripresa, come si utilizza il boom e il cavo audio e l’hanno fatto. Il terzo giorno erano già praticamente autonomi. Le tre ragazze del corso hanno fatto da giornaliste. Non tutti sono abituati ad usare un computer, figuriamoci la Sony HD di Nello. Ma ci si sono messi con grande impegno quando io ripetevo a turno alle squadre per la milionesima volta la differenza tra i vari piani di ripresa, l’utilizzo del cavalletto dalla camera a mano.

A Mboro sur Mer non ci sono strade si marcia sulla sabbia. Nella pausa pranzo si mangia tutti insieme. Noi arrivavamo a lezione scortate da Lamine che tiene le redini di Mandala, spesso in ritardo, gli altri precisi e a piedi o in motorino per 30 km. Sono venuti tutti i giorni modificando i loro impegni e poi sono arrivati vestiti a festa il giorno della consegna dei diplomi a fine corso, per assistere alla proiezione del loro lavoro. Tutti felici e emozionati con baci abbracci e foto ricordo. Amara ha fatto anche un discorso.

I ragazzi di Mboro Ndeundekat sono davvero ospitali. Tutti ti salutano e ti chiedono come stai come prima formula di cortesia. Poi ti stringono la mano e vogliono sapere chi sei e che fai e dirti chi sono e che fanno. Qualche volta è faticoso ma è molto più piacevole che dire buongiorno in un condominio romano e ottenere una risposta una volta su dieci. Come nelle migliori tradizioni del sud qui si beve tanto caffè, caffè touba, la sabauda Aime un pomeriggio ne ha bevuti almeno cinque. E’ un caffè speziato portato dal Baye Fall dal mare o almeno così me l’hanno raccontata. Nello invece è impazzito per il Bissap, il succo di fiori di ibiscus, l’abbiamo sopreso un pomeriggio a inzupparci dentro pefino i bignet.

I senegalesi ripetono perfettamente l’italiano, io non riesco a ripetere il suono di un solo nome senza averlo letto. E i bambini il mio nome l’hanno imparato subito, tanto che un giorno mi hanno accolta in piazza mentre scendevo dal taxi con Betti, scandendolo in una cantilena e battendo le mani, “Paolà-Paolà, Paolà-Paolà”. I bimbi di Mboro Ndeundekat si buttano per terra ogni tre secondi e giocano alla lotta senegalese, ti chiamano toubab e vogliono delle penne bic oppure bracciali, collanine e succhi di frutta. Il vero spasso è farsi fotografare perché poi possono rivedersi nel display delle fotocamere digitali. Prova a tirarne fuori una e ti seguiranno fino allo sfinimento. Però abbiamo anche giocato alla corsa, al girotondo e mi hanno insegnato qualche passo di danza. Loro si sbellicano e anche se ti dicono cose incomprensibili ti diverti un sacco. Mboro Ndeundekat è un villaggio di pescatori Wolof e di pastori Peul. L’insediamento dei Peul è un po’ più nascosto dietro le dune di sabbia e sembra molto più verde e pulito. Un giorno ho chiesto ad un ragazzo come mai nessuno facesse il bagno nell’oceano e lui mi ha risposto: “noi siamo pescatori”. Come a dire in mare ci lavoriamo, con la stessa espressione che avrei potuto fare io alla domanda, perché non vai a ballare in redazione…(che poi talvolta non sarebbe stata una brutta idea, con buona pace del direttore Caprara).

La spuma dell’oceano si porta dietro un’altra spuma giallastra, quella dell’ex industria che ha messo in ginocchio l’economia del villaggio dopo la sua chiusura. Se chiedi ai ragazzi del posto ti dicono che hann fatto degli studi e l’acqua del mare è sicura, poi fanno una pausa, sorridono e aggiungono che è stata la fabbrica a fare lo studio…

Chez Maman Gabì si prendevano cura di noi, oltre alla proprietaria che ci osservava occupare tutti gli spazi disponbili a qualsiasi ora del giorno e della notte, l’impareggiabile cuoca Cecile e Anne Marie, la ragazza più dolce della terra. Tanto dolce da non essere la persona di riferimento nelle emergenze: Anne Marie ti guarda, ti sorride e dice je ne sais pas bisogna chiedere a Maman Gabì. Ma si ricorda sempre che tantan Bettì non vuole la baguette tostata e preferisce il pane fresco, per lei un pezzettino lo trova sempre. E ha visto che io e Nello siamo dei potenziali allievi di ballo per l’anno prossimo. L’ultima sera mi ha regalato uno splendido vestito senegalese che non vedo l’ora di sfoggiare.

A Mboro sur Mer non c’è l’acqua corrente e l’elettricità arriva solo col generatore. In compenso scopri che la luna fa una magnifica luce blu che si riflette sulla sabbia e sulle onde dell’oceano. Più passano i giorni e più di notte ci vedi e la torcia ti serve solo per entrare in casa. E quante stelle ci sono. A Mboro città invece l’elettricità arriva a singhiozzo e ci sono volute diverse corse in taxi con Betti per riuscire ad aggiornare il sito di Cinemovel. Però lungo la strada ho scoperto i baobab snodati pieni di nidi d’uccello, le capannine e i campi, le botteghe, il mercato e la moschea di Mboro centre ville…

Oltre ad alcuni titoli senegalesi il pubblico di Mboro Ndeundekat ha potuto vedere il film di Batman del 1966, non si sa se alla fine ci siamo divertiti più noi o loro ma io rivendico la serata come un grande successo di pubblico.

La magia di Cinemovel. Arrivi in una piazza che è solo il posto dove le donne smistano il pesce da mandare in città per rifornire i ristoratori o solo un cortile con le case girate di spalle e qualche stretto passaggio. Poche ore e tutto si trasforma in arena cinematografica: la gente arriva, intrufola le teste curiosa, si porta le sedie da casa e ti comincia a parlare di quel posto e chiede che cosa stai facendo. Le prime volte è solo “Quello è lo schermo? A che cosa serve lo schermo?” E poi diventa un festival in piazza, con canti e balli, la piazza che di giorno è luogo di lavoro e di incontro a questo punto è un momento sociale riconosciuto da tutti, perché si fermano a parlarne. A sera, una sera che cade in uno spazio di venti minuti, è la magia del cinema da Chaplin a Saint Louis Blues fino a notte, quando i bambini prima e i pescatori subito dopo vengono richiamati a casa perché alle cinque si esce di nuovo in mare. La sera della proiezione finale c’era pure il ring per un incontro di lotta senegalese, il ritmo incessante dei musicisti coi loro jambè. Ha vinto il ragazzo coi calzoncini blu su cui io e Anne Marie avevamo puntato. Poi ho scoperto che il vincitore è il cugino di Mara.

Con la mia compagna di avventura Greta siamo riuscite anche ad infilare una mezza giornata da turiste a Dakar. Abbiamo percorso tutto il lungomare con le palme fino al villagio degli artigiani, ma la vita del venerdì pomeriggio è quella di un giorno festivo. In una stradina però ho visto spuntare il pulmino colorato del transport commun. Il centro dei palazzi del governo è piccolino, comincia a spuntare qualche albergo lussuoso di costruzione moderna, a mio avviso troppo vetro e cemento sull’orizzonte di un blu così bello. Meglio le case in stile coloniale e le ville dei boulevard se lusso deve essere. Ma sui muri delle case lungo le strada che porta a Dakar ci sono scritte sulla democrazia e la libertà che criticano il presidente Wade.

Non eravamo ancora rientrati che la troupe di Cinemovel già pensava a come allestire il pulmino per il cinema itinerante dell’anno prossimo. Ci stiamo già lavorando, quindi stay tuned…!


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