l’economia dei diritti: lo spazio del debito pubblico

Con lesplosione della crisi finanziaria, ormai evidente anche oltre le dita dietro cui era nascosta, tutti i capi di Stato e di governo parlano di misure per affrontare il debito pubblico e far girare l’economia. Quello che si è visto finora, fa economia soprattutto di diritti.

Mentre in Italia si sa poco, e comunque solo quello che il Ministro dell’economia Giulio Tremonti fa sapere, della prossima manovra finanziaria che approderà in Consiglio dei ministri a caccia di una dote di 20-25 miliardi, in Francia il presidente Nicolas Sarkozy ha proposto di introdurre nella carta costituzionale lobbligo per ogni governo di fissare all’inizio della legislatura un obiettivo di riduzione del debito pubblico strutturato su cinque anni a partire dal 2012.

L’opposizione francese ha definito la proposta surrealista”, forte del consenso raccolto alle ultime elezioni regionali e poco incline a considerare ancora in voga gli epigoni del movimento culturale, rimprovera allUmp, il partito del presidente, di voler addebitare alle future generazioni il peso della ristrutturazione delle finanze dello Stato. Di fatto una simile proposta include un meccanismo che dice: noi abbiamo fatto quello che vogliamo senza curarci delle conseguenze voi adesso dovrete arrangiarvi e, ogni anno, con meno soldi, a meno che non riusciate a far fruttare quelli che avete; e sul come e quanto si possano far fruttare i soldi, di questi tempi, nessuno si esprime. Oggi tutti sanno che fosse pure attraverso acrobazie economiche e finanziarie, prima o poi, i debiti hanno la sgradita abitudine di presentare il conto e più tardi arriva e più è salato e, ad un certo punto, non cè più verso di rimbalzarlo, spacchettarlo, derivarlo. La crisi greca e alcune misure varate in queste ultime settimane da molti governi europei confermano che il conto lo pagano sicuramente i lavoratori, dipendenti e non, con effetti diversi ma che in sostanza erodono il loro capitale economico e sociale laddove non è frutto o non si avvantaggia di una rendita stabile.

Il premier socialista José Luis Zapatero ha presentato una manovra di austerity che prevede il taglio della spesa pubblica di 50 miliardi in 3 anni. La virtuosa Germania si è data di tempo, e proprio scrivendolo nella Costituzione, fino al 2016 per riportare il deficit entro lo 0,35% del Pil.

Il partito socialista francese che tiene insieme la maggioranza degli amministratori locali, governando in quasi tutte le regioni, ha inoltre detto che la proposta Sarkozy è poco democratica. Il presidente francese è molto popolare anche nella politica italiana. La destra lo ammira, la sinistra ha flirtato per un po con quello che ha creduto fosse un certo riformismo illuminato (in Francia i sovrani, quando sono famosi, sono illuminati come il Re Sole, anche se la cultura di massa lo ricorda per aver prestato la faccia alla scatoletta di latta di una pasticca). Ricordiamo i serissimi dibattiti suscitati all’indomani dellinsediamento della commissione Attali, quella che doveva fare le riforme bipartisan per il buon funzionamento dello Stato. Quella a cui hanno partecipato anche i nostri concittadini Mario Monti e Franco Bassanini (ma sfido chiunque a non aver apprezzato lex ministro almeno per averci dato l’autocertificazione, dopo che i francesi ci hanno regalato tante belle cose con relativa burocrazia).

La proposta Sarkozy merita però un’ulteriore riflessione. Quello proposto dal presidente assomiglia molto al patto di stabilità che attualmente in Italia vincola i bilanci regionali e che su bisogni primari come la sanità e i trasporti, sta suscitando non poche polemiche proprio sulla natura più o meno democratica di questi vincoli, rispetto agli effetti che hanno sulla qualità della vita dei cittadini da regione a regione. Non è quindi una sorpresa il motivo per cui in Francia gli amministratori locali abbiano gridato allo scandalo. E questa proposta ricorda molto, come fa notare il costituzionalista che prontamente Le Monde intervista sul tema, il patto di stabilità che tiene insieme l’unione monetaria europea. Chi sta nella zona euro sa che ne avrà dei benefici ma anche che, se qualcuno dovesse cominciare a barare, bisogna poi affrontare lacrime e sangue per correggere il tiro. E putroppo si sperimenta sempre più spesso quanto non si tratti di una metafora.

Possiamo considerarlo sul piano del conflitto generazionale e sul piano della materia costituzionale e democratica ma la domanda resta sempre la stessa. I guasti causati dal malfunzionamento delleconomia sempre più finanza e sempre meno produzione, stanno imponendo una visione manichea del mondo. Le colpe dei padri ricadranno sui figli. Ma siamo davvero figli di questo stato di cose? O piuttosto ci stiamo arrendendo ad essere il prodotto passivo di pochi centri di potere interrogabili quanto la sfinge?

Prima di mettere in discussione il patto di stabilità europeo, certamente non direttamente responsabile dell’arroganza con cui i singoli governi trattano gli interessi sul debito di paesi terzi a livello internazionale, bisognerebbe riconsiderare le basi del patto che dovrebbe tenere insieme la nostra società. Ieri era l’idraulico polacco che arrivava sul mercato europeo grazie alla direttiva Bolkestein. Un anno fa la protesta dei lavoratori inglesi della raffineria Total contro gli immigrati italiani. Solo qualche mese fa, lo scandalo delle condizioni in cui lavoravano i migranti extracomunitari di Rosarno, in Calabria. Per non parlare del dibattito sul federalismo fiscale, il federalismo corredato di aggettivo fortemente voluto dalla Lega Nord.

Una questione troppo lunga e complicata cavillare sull’accordo tra Adamo ed Eva della società moderna?

Eppure è facile per tutti capire che se ti ammali sei più fortunato se sei nato in Emilia Romagna che in Sicilia, anche al netto dell’elioterapia.

Siamo tutti d’accordo che il buco lasciato dal debito pubblico vada riempito.

Ma chi e come deve occupare questo spazio?

Di chi è il debito pubblico e soprattutto chi e quanto deve ripagarlo? E se domani decidessimo che anche il debito va privatizzato ci sarebbe più chiaro come funziona il meccanismo? E in quanti casi è già così? Mentre hanno ancora il coraggio di chiamarlo debito pubblico, bisognerebbe riflettere su quanti pezzi dello Stato siano in realtà gestiti da privati che dovrebbero prendere anche la responsabilità dei guasti che causano.

Ma facciamola breve, facciamo come ci ripetono certi capi di governo o dazienda e affini: a mali estremi estremi rimedi. Ricordiamoci che siamo noi cittadini a far girare davvero l’economia e la giustizia sociale.

Proponiamo un patto di stabilità sul reddito: a tutti i cittadini deve essere garantito un reddito minimo, se non ce la fai, ogni riforma (di lacrime e sangue) si applica proporzionalmente solo ai redditi oltre una certa soglia, poco importa se si tratta di giovani o vecchi.

Il dibattito sul merito, e sulla lotta generazionale, è stato l’ultimo colossale inganno che ha scatenato la vera guerra tra poveri: chi ha meriti ma è senza rendita può competere davvero nel mercato dei meriti acquisiti con la rendita? Quindi per reddito si vuole qui intendere anche un reddito di posizione (basta col chiamarla rendita, la rendita da tempo è diventata il vero reddito, che in Italia garantisce profitti senza fare nulla). Ogni riforma si applicherà gradualmente solo ai vertici della piramide: che si tratti delle università, della scuola o dei ministeri, etc.

Vuoi riformare l’università? Cominciamo dal Rettore. E’ molto probabile che in questo caso ci sarà la massima attenzione e allerta sulla democrazia di certi effetti delle riforme sul sistema. E magari si ritornerà a parlare di lavoro che paga e meno di rendita, più di quello che si fa e meno dei meriti che uno ha.

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