editoria delle libertà

Non stiamo parlando della casta, perchè gli autori del famoso libro lavorano per gruppi editoriali che i soldi dallo Stato li ricevono eccome. Non parliamo nemmeno di guerra tra ricchi e poveri, imprenditori buoni e imprenditori giusti, grandi interessi e piccoli interessi.

Parliamo del lavoro. C’è gente che si impegna, lavora e paga le tasse, c’è gente che si impegna e non riesce nemmeno a lavorare. Se è solo il governo, qualsiasi governo, a decidere  e distinguere tra buoni e cattivi, non è il lavoro ad essere premiato.

Non sono i “lavoratori fantasma” a perdere il posto di lavoro.

Leggete, pensateci, se credete firmate qui.

Il pluralismo dell’informazione è un bene pubblico, un diritto di ogni cittadino. Solo il libero confronto tra più voci, più mezzi di informazione e più editori, ciascuno con i propri legittimi interessi e convincimenti, può garantire la minima vitalità e trasparenza del dibattito pubblico, fondamento di qualsiasi sistema democratico. Nell’Italia di oggi, però, il mercato non offre queste condizioni. Lo stato deve pertanto intervenire per assicurarle, garantendo la sopravvivenza di quel minimo di pluralismo nell’offerta che oggi è invece messo radicalmente in discussione dalle nuove norme sui contributi all’editoria. Se non verranno rapidamente modificate, queste norme costringeranno a chiudere decine di testate, private di colpo del cosiddetto “diritto soggettivo” al contributo. Spegnere anche queste voci significa assestare un colpo mortale a quel poco, pochissimo che resta della libertà d’informazione in Italia. Per questo facciamo nostro l’appello già sottoscritto da centinaia di parlamentari di maggioranza e opposizione per l’immediato ripristino del “diritto soggettivo” di quelle testate, garanzia dei diritti di tutti.

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