rivoluzionari della rivoluzione

Se il trentunesimo anniversario della rivoluzione islamica, l’11 febbraio 2010, è un terreno tanto per il governo quanto per l’opposizione di testare la propria forza o una maggiore presa nel Paese, questa data può offrire lo spunto per un’analisi più approfondita di ciò che si muove all’interno della società iraniana, del suo sviluppo, soprattutto alla luce della congiuntura economica internazionale e in relazione alle, finora paventate, sanzioni economiche da parte dei paesi occidentali.

 Diplomazia interna e esterna.

Partiamo dalla società iraniana che ha fatto parlare di sé in tutto il mondo grazie all ‘Onda Verde’. Questo movimento di protesta che riconosce come suoi leader gli ex candidati alla presidenza, alle elezioni del 12 giugno 2009, Hossein Moussavi  e Mehdi Karroubi, nonchè l’ex presidente Hashemi Rafsanjani, non ha ancora una forma politica compiuta. Lo scorso 30 gennaio Moussavi, chiamando l’Onda Verde a manifestare silenziosamente e pacificamente nel giorno dell’anniversario della Rivoluzione,  ha affermato che quella stessa rivoluzione è ormai fallita. E’ fallita perché gli ideali e gli scopi per cui si opponeva alla tirannia dello scià sono oggi traditi dal governo che imprigiona e uccide i dissidenti politici e non garantisce la libertà di espressione. Questa generazione che non ha vissuto la rivoluzione, che si rivolge all’occidente attraverso la rete internet e i social network, cercando di aggirare la censura governativa, non ha però formulato delle richieste concrete nei confronti dell’occidente o una propria agenda politica.

Lo stesso Moussavi ha preso le distanze da un possibile coinvolgimento statunitense o britannico nella politica interna iraniana. I leader e gli intellettuali dell’Onda Verde o che comunque si richiamano all’opposizione al governo di Ahmadinejad, come il premio nobel Shirin Ebadi, riportano l’attenzione sulle relazioni diplomatiche tra Teheran e Washington: “Non si possono fare affari con il regime” ma solo con un governo democraticamente eletto, che rispetti i diritti umani. Così il premio Nobel in un’intervista per Foreign Policy e così gli intellettuali che sostengono che la strategia del dialogo sul programma nucleare iraniano sia un terreno sterile: parlare con Ahmadinejad equivale a legittimare la negazione dei diritti umani e alienare presso la popolazione iraniana il favore nei confronti delle democrazie occidentali, primi tra tutti gli Stati Uniti.

 Il futuro economico dell’Iran.

 L’economia iraniana seppur in crescita dalla fine degli anni ’90, ha subito la prima vera contrazione nel 2008 passando dal 6,5% del 2007 al 3,5%; mentre nel 2009 è cresciuta del 2,6%. Una contrazione dovuta anche alla riduzione del prezzo al barile (55$) delle esportazioni di petrolio iraniano nonostante le cifre record toccate dal greggio nell’estate 2008. Il pil pro capite (2009) è di 12.900 dollari, e la ricchezza prodotta dallo stato deriva per il 45,3% dall’industria, seguita dai servizi (43,9%), che però occupano il 45% della popolazione. Il tasso di disoccupazione nell’ultimo anno è salito all’11,8 % con l’inflazione che si attesta al 16,8% sui prezzi al consumo. Molti analisti osservano come sia questo il vero fattore che potrebbe coalizzare le forme di protesta interne al paese. L’impoverimento della cosiddetta classe media –fenomeno comune a casa nostra- fatta di insegnanti e impiegati nella pubblica amministrazione, che non arrivano più alla fine del mese; insieme ai disagi causati dalla chiusura di alcune fabbriche che ha già provocato ondate di protesta in alcune province del Paese. Il motore di questa nuova rivoluzione potrebbe essere ‘sociale’ e non ‘culturale’ perché potrebbe dare scopi e obiettivi al movimento per la libertà dell’Onda Verde.

 L’alleanza con la Turchia e le strade alternative del petrolio iraniano.

 Tuttavia il governo di Ahmadinejad sta già sostituendo importanti partnership economiche che prima legavano gli interessi del paese degli Ayatollah alle economie occidentali ed europee. La Cina, come riferisce il Financial Times, è diventato il primo partner commerciale di Teheran per un volume complessivo di traffici di 36,5 miliardi di dollari, da cui Pechino ricava anche l’11% del proprio fabbisogno energetico. Tuttavia l’Unione Europea resta un partner importante con un volume d’affari nel 2008 di 35 miliardi di dollari a fronte dei 29 della Cina.

Gli stessi Emirati Arabi hanno intensificato i propri scambi commerciali con l’Iran, tanto che a Ryad, in Arabia Saudita, si teme di finire schiacciati tra il possibile embargo degli Stati Uniti contro Teheran e la concorrenza dei Paesi del Golfo che non avrebbero, invece, alcun vincolo. Con tutto quello che questo comporta nello scacchiere mediorientale. In quest’ambito si può guardare al ruolo giocato dalla Turchia per capire i nuovi equilibri che stanno maturando nella regione.

 All’inizio di febbraio il ministro degli esteri iraniano Manouchehr Mottaki ha incontrato ad Ankara il premier turco Recep Tayyip Erdogan. Sul tavolo accordi strategici di grande rilevanza per la sicurezza energetica: la possibilità di trasportare in Europa il gas naturale iraniano attraverso la Turchia, lo sviluppo congiunto di poli industriali e per la raffinazione del greggio, l’incremento degli scambi dagli attuali 10 miliardi all’anno a 30 miliardi di dollari. Su questo terreno, che dalla Turchia passi Nabucco oppure South Stream dice anche dell’influenza statunitense nella regione.

 Il governo turco già parla di età dell’oro nelle proprie relazioni con l’Iran. Mentre a Washington, in questo momento, non c’è alcun interesse nel raffreddare i tradizionali rapporti di amicizia con la Turchia in ambito Nato. Anzi, la stessa amministrazione democratica, all’indomani del viaggio ad Ankara del presidente Obama, la scorsa primavera, aveva caldeggiato l’ingresso turco nell’Unione Europea. Com’è già successo alla Russia, la Turchia ha buon gioco a coltivare la sua doppia natura asiatica ed europea. Tradita dalle resistenze storiche di Germania e Francia al proprio ingresso nell’Ue, sul piano politico la Turchia soffre anche il mancato accordo sulla situazione dell’isola di Cipro. In questa prospettiva, è ancora più significativo il cambiamento delle relazioni tra Turchia e Israele, di cui la cancellazione delle esercitazioni militari congiunte e le scortesie diplomatiche sono solo l’aspetto più evidente. Presto Stati Uniti ed Europa potrebbero trovarsi di fronte ad una Turchia che guarda più a oriente che a occidente, dove ci sono potenze emergenti come la Cina e l’India che hanno solide relazioni strategiche con Teheran e che potrebbero avere il suo stesso interesse a sviluppare un programma nucleare civile.

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