Blair rilancia

La dialettica di Tony Blair davanti alla commissione di inchiesta sulla guerra in Iraq e la legalità dell’occupazione militare, ribalta completamente l’impianto che imputa all’allora premier la decisione di entrare in guerra con gli Stati Uniti e rovesciare con le armi il regime di Saddam Hussein sulla base di false prove e ipotesi sbagliate. Quella in Iraq, come in Afghanistan, fu una guerra giusta, ancor più con il senno di poi: Saddam aveva i mezzi, la capacità e l’opportunità per costruire armi chimiche e nucleari, li aveva allora e li avrebbe avuti oggi con il prezzo del petrolio a 100 dollari al barile. “Talvolta è più importante rispondere alle domande del 2010 che a quelle del Marzo del 2003”, quando iniziò l’invasione dell’Iraq.

Domande a cui risponde interrogato per sei ore, per la prima volta, in diretta web e tv, dalla commissione presieduta da Sir John Chilcot, istituita ufficialmente il 30 luglio 2009, che ha come obiettivo di ricostruire le circostanze in cui è maturata la scelta di entrare in guerra e gli effetti dell’occupazione militare dell’Iraq.

Blair chiarisce che, dopo l’11 settembre 2001, fu la percezione stessa della minaccia a cambiare: “Quello che è successo con quell’attacco terroristico è che 3000 persone erano state uccise per le strade di New York, e questo è quello che ha cambiato la mia percezione del rischio, se quelle stesse persone, ispirate dal fanatismo religioso, avessero potuto ucciderne 30.000, lo avrebbero fatto”.

L’audizione serve a Blair per chiarire la natura dell’alleanza con George W. Bush. Il suo sostegno all’azione dell’ex presidente statunitense è stata fonte di pesanti accuse anche da parte dei suoi stessi compagni di partito, non da ultimo il suo successore Gordon Brown. “Qui non si tratta di cospirazioni, bugie o aspettative tradite”, ribadisce l’ex premier. E ritorna su un episodio controverso, il meeting nel ranch texano del presidente americano nel 2002: “Nulla era già deciso allora”, afferma. “Io ho sinceramente sperato che la strada intrapresa dalle Nazioni Unite avrebbe funzionato”.

Ossia l’imposizione delle no fly-zones, le sanzioni economiche che poi portarono alla creazione di Oil for food -la possibilità per l’Iraq di vendere petrolio per non far pagare alla popolazione civile il peso maggiore dell’embargo- il lavoro degli ispettori Onu per assicurare lo smantellamento degli arsenali di armi chimiche, biologiche e nucleari.

L’accusa su cui George W. Bush non è mai stato chiamato a rispondere è che le cosiddette armi di distruzione di massa non sono state mai trovate e non è mai stato dimostrato un legame diretto tra il regime di Saddam Hussein e l’organizzazione di Al Qaeda. Così invece deve fare adesso Blair per entrambi gli aspetti e per il proprio sostegno a Bush figlio. Lo scorso 21 gennaio, l’ex ministro degli esteri Jack Straw ha ribadito davanti alla commissione, che la sua decisione di entrare in guerra fu sofferta e, senza il suo appoggio, Blair non avrebbe avuto i numeri in parlamento, ma dei suoi rapporti con Bush bisognava chiedere a Blair in persona.

Blair risponde e precisa che l’alleanza con gli Stati Uniti non è un contratto, e non può essere analizzata come uno scambio di prestazioni politico/militari.

Tony Blair capovolge l’analisi sugli esiti della guerra in Iraq non per quanto è successo in passato bensì per il futuro.

La frustrazione britannica sullo stallo del processo di pace in medioriente non ha influito nella decisione di rovesciare Saddam, se non nella misura in cui il conflitto israelo-palestinese impedisce il dialogo con il mondo arabo. Questo è ancora vero oggi se si pensa a come quel conflitto influenzi i rapporti con l’Iran. All’epoca della guerra in Iraq, per l’America, questi due fatti non erano collegati. Blair dice oggi che questa equivalenza è chiara a tutti.

In più  oggi il regime di Saddam avrebbe innescato una pericolosa competizione nella corsa agli armamenti nucleari con il regime iraniano. Aver eliminato Saddam Hussein nella visione blairiana non influisce negativamente nella difficile ‘riconciliazione’ tra sunniti e sciiti.

Quello che Blair non dice, proseguendo nell’analogia, è che anche oggi il processo di pace tra Israele e Palestina è fermo e, qualsiasi conseguenza avrà nei rapporti con l’Iran, sarebbe quanto meno azzardato dire che, nonostante la minaccia nucleare, un nuovo conflitto sia la cosa giusta da fare.

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