the quiet american

La prossima settimana tutti gli occhi saranno di nuovo puntati sul presidente che più appassiona l’opinione pubblica di tutto il mondo. L’editoriale dell’Economist di questa settimana lo chiama l'”americano tranquillo”. 

L’americano più importante di tutti, che per mesi ha pensato sul da farsi e adesso dirà al mondo che cosa si deve fare. Non che finora non sia stato tirato per la giacca da tutti i lati possibili: dai senatori democratici che gli chiedevano di prendere un po’ più a cuore le sorti della riforma, dalle aperture all’Iran seguite con lo smacco dell’Aiea, il discorso al Cairo seguito dalla ripresa degli insediamenti dei coloni israeliani, il G2 di cui tutti sono invidiosi ma a cui nessuno contrappone ricette alternative. Infine l’Afghanistan, che ha bisogno di uomini e mezzi che quasi nessuno è disposto a metterci. Nel frattempo tutti cercano di fare affari come possono, prima che una nuova bolla faccia schizzare di nuovo in alto il prezzo delle materie prime, quando sono settimane che mentre va avanti il braccio di ferro valutario tra Stati Uniti e Cina, con il Fondo Monetario Internazionale che ammonisce le banche con voce lontana, gli speculatori più accorti comprano oro. Le quotazioni del minerale giallo aumentano come bene di investimento.

E il presidente Obama ha sicuramente iniziato dalla cosa più difficile, far passare la riforma sanitaria (con qualsiasi tipo di opzione pubblica) davanti ad una realtà che non si può edulcorare: la disoccupazione negli Stati Uniti resterà a due cifre (9-10% è la previsione del 2010) il deficit resterà alto, le spese militari aumenteranno, e l’economia dei soldi per i soldi non ha invertito la rotta. Quindi molti più americani di quelli che si è abituati ad immaginare ai margini delle società opulente, non potranno contare su molto altro da quello che il presidente ha previsto per loro.

Il dibattito politico e mediatico invece è tutto avvitato sulla domanda del giorno del giuramento: questo sarà il migliore o il peggiore presidente del mondo?

Nei prossimi giorni Obama dovrà dare tutte le risposte giuste, perchè sarà giudicato sul numero di soldati che partiranno per l’Afghanistan a finire il lavoro come meglio è possibile, che fare con il nucleare iraniano, perfino su che cosa dirà a Copenaghen.

Di fatto se gli americani non sistemeranno le cose a casa loro, sarà difficile che potranno occuparsi del resto del mondo.

L’Economist scrive che la calma e il pragmatismo di Obama sono benvenuti dopo le impetuose esternazioni di Bush. Quello che si chiede è come funzionerà e, ovviamente, se funzionerà.

Di fatto deve funzionare perchè finora nessuno è saltato su con un’idea del mondo. Magari ai detrattori potrà sembrare un piano B rispetto al piano A della superpotenza americana, ma il piano B di Obama è di gran lunga migliore di tutti quelli ascoltati nell’era Bush. Ed è un piano B che per tante ragioni dovrà piacere a tutti gli Stati che vorranno poter dire la loro nel nuovo millennio.

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