rifugiati climatici

Les réfugiés climatiques: Un conseil des ministres en tenue de plongée : samedi 17 octobre, le gouvernement des Maldives devait se réunir six mètres sous l’eau pour dénoncer le réchauffement. La montée de l’océan menace d’engloutir l’archipel. Ses 400 000 habitants seraient alors en quête d’une terre d’accueil… sans pouvoir revendiquer le droit d’asile ni le statut de réfugiés. Car “le cadre juridique actuel ne permet pas de prendre en compte les migrations provoquées par le changement climatique”, résume Charles Ehrhart, responsable de cette question à l’ONG Care. (Le Monde.fr)

Considerando quanto abbiamo a cuore il problema dei rifugiati politici (ma c’è sempre speranza) non so quanto potrebbe aver presa il problema dei rifugiati climatici. La notizia della riunione del governo delle Maldive, sei metri sotto il mare, è poesia in sè. Il problema del riscaldamento globale purtroppo no. Resto convinta che certi neologismi non facciano bene alla causa, come ho scritto qui. Non nego il valore e la necessità di nuove formule giuridiche per affrontare i nuovi problemi della nostra società. Solo che le formule giuridiche (reato-pena, offesa-danno etc.) hanno bisogno di una coscienza sociale e di un sostegno consapevole della società in cui sono prodotte. Su questo punto forse andrebbe fatto uno sforzo in più. A fronte di una iperspecializzazione non c’è uno straccio di consapevolezza.

Sulla coscienza, sarebbe il caso di parlare più apertamente del tema. Se non è un tema, come accadeva una volta, di cui si fa carico pedagogicamente la scuola, se non se ne occupa con proposte serie e sostenibili la politica (siamo rozzamente fermi tra l’utopia e la negazione; c’erano dei buoni esempi, e il caso Germania sul nucleare ha del paradossale).

La coscienza. Durante il Festival di Internazionale a Ferrara mi è capitato di assistere a questa scena:

aspettavo con l’addetto stampa di una scrittrice palestinese il mio turno per intervistarla. Abbracciato ad una ragazza bruna passa un ospite del festival, uno scrittore croato, poeta. Il ragazzo accanto a me va a fermarlo e lui:

“lo so che non ti ho risposto, sapevo di trovarti qui, ho visto che mi hai chiamato qualche settimana fa e anche oggi, e non ti ho risposto”

“infatti…”

“speravo che ti arrabbiassi, anzi vorrei che ti arrabbiassi ancora di più, lo so che volevi invitarmi al tuo matrimonio…ma io sono in sciopero di affetto con gli italiani da quando ho sentito della legge sui respingimenti. Io sono qui a Ferrara solo per un rapporto di lavoro. Perchè mi pagano. Finchè non vi ribellate voi italiani perbene che pagate le tasse, io sono in sciopero di affetto con voi…solo togliendoci tutti un pezzo di cuore le cose potrebbero cambiare…”

Non sospettavo di essere d’accordo col poeta.

Certo non siamo abituati, e forse nemmeno più lo riteniamo utile, a soffermarci sulla portata rivoluzionaria della poesia, ma è un fatto il grado di assuefazione che possiamo tollerare nelle nostre vite. Ci si abitua a tutto, per questo resteranno sempre la cosa più importante la voce e le azioni di chi denuncia. Anche quando non si riesce a vedere subito l’effetto che fa.

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