i fatti e le parole, i corsi e i ricorsi, tutto torna 1

Il 5 settembre 2007 avevo scritto questo post. Pensiamo un po’ al diritto di cronaca. Alla giustizia, a quello di cui si parla oggi.

vita sotto assedio di un cronista a palermo

<B>Mafia, una risata la seppellirà?<br>Le matite ribelli ci provano</B>

“Dice Lirio Abbate che il lavoro di cronista a Palermo o è accurato o non è. Lirio ha 37 anni, è redattore all’Ansa. Come tutti i siciliani “buoni”, come tutti i siciliani migliori, non è portato a far gruppo, a stabilire solidarietà e a stabilirvisi. Sono i siciliani peggiori quelli che hanno il genio del gruppo, della “cosca”, ricordava Sciascia. Sarà per questo, che Lirio se ne sta per conto suo e segue la sua strada anche se sa bene quale sarebbe il modo più conveniente per starsene in ombra, un po’ in disparte e in pace. Puoi sempre scivolare lento sulla superficie dei fatti e quindi “prendere atto”: prendere atto che quello è indagato per mafia; che quell’altro è stato rinviato a giudizio; che quell’altro ancora è sotto processo per favoreggiamento alle cosche; che la magistratura sempre “indaga a 360 gradi”.

Nessuno te ne vorrà. È il tuo lavoro e se fai il tuo lavoro con prudenza, senza eccessi, con mediocrità, nessuno salterà su contro di te. Però, dice Lirio, che ha una compagna e un bimba di dieci mesi, questo lavoro non è accurato, non è onesto perché non racconta quel che vede e sa: “Io so, noi sappiamo chi sono i mafiosi e gli amici dei mafiosi o i loro protettori. Non ho, non abbiamo bisogno di attendere una sentenza o la parola della Cassazione o un’inchiesta giudiziaria perché penso che, prima della responsabilità penale, sempre eventuale, ci sia una responsabilità sociale e politica accertabile. Se il deputato, il consigliere regionale, l’assessore, il primario, il professore universitario se ne vanno in giro con il mafioso è un fatto. Si conoscono, passeggiano sottobraccio, si baciano quando s’incontrano. È soltanto accuratezza non rinviare ai tempi di una sentenza quel racconto. È il mio lavoro dirlo ora, subito. Non sono una testa calda, non sono un estremista, sono un cronista e credo che il mio impegno sia stretto in poche parole: raccontare quel che posso documentare”.

[…] Dice Lirio che hanno ragione il capo dello Stato e il governo a chiedere che “la società civile” faccia la sua parte contro la mafia. È la parte del problema con cui egli sente di dover fare più dolorosamente i conti, oggi. “È un paradosso. Credi di dover fare in modo accurato il tuo lavoro di cronista per illuminare nell’interesse dell’opinione pubblica, di quella “società civile”, gli angoli bui e sporchi del cortile di casa. Poi scopri che sei un ingenuo. Nessuno vuole guardare da quella parte, in quegli angoli – no – preferiscono voltarsi da un’altra parte anche se stai lì a tirargli la giacchetta. E allora perché lo faccio?, ti chiedi. Perché infliggo a chi mi è caro ansia, paura, apprensione e, Dio non voglia, pericoli? Perché, mi chiedo, non ascolti chi ti dice: ma chi te lo fa fare, vattene da qui, vattene subito, non ti accorgi che non vale la pena?”.

La voce di Lirio sembra rompersi ora. Percettibilmente, il timbro diventa roco e trattenuto come di chi si sta sforzando di controllare un’emozione che forse è rabbia, forse è avvilimento o forse entrambe le cose. Dopo qualche secondo, Lirio dice finalmente: “Lo sai perché non decido di andarmene? Per onore. Sì, per onore! Non per il mostruoso, folle, ridicolo onore di cui si riempiono la bocca mafiosi deboli con i forti e forti con i più deboli, ma per quell’onore che mi chiede di avere rispetto di me stesso, che mi impedisce di inchinarmi alla forza e alla paura, di scendere a patti con ciò che disprezzo. Quell’onore che molti siciliani hanno dimenticato di coltivare”. (Giuseppe D’Avanzo, la Repubblica)

***

Eh sì, sarebbe un inutile preconcetto non trovarmi d’accordo con Roberto Giachetti che sostituendo il direttore Bordin nella rassegna stampa di Radio Radicale, stamattina ha detto che ‘andrebbe letto tutto questo articolo di Giuseppe D’Avanzo sulla prima di Repubblica di oggi. C’è il link, io ho messo i due passi sui quali mi arrovellerò un po’ oggi.

Stamattina ci sono un sacco di cose sulle quali mi fermo. Tante che mi provocano il solito mal di stomaco mentre me ne sto qui in redazione – e così la giornata non mi passa.

Perchè si può essere abituati a seguire la politica e le sue pieghe e a distinguere tra ciò che è una notizia e ciò che non lo è, ad avere la giusta misura tra la deontologia professionale e il proprio personale sentire.

Però ci sono anche i fatti: è un fatto che non siamo più abituati a risolvere i problemi. Quello che ci dà fastidio deve sparire nel più breve tempo possibile. Poco importa come. Questo è un fatto. Che sia il lavavetri, il mendicante, un cartello di lavori in corso, le file all’ufficio postale.

Se poi di vivere in centro se lo possono permettere solo i ricchi e gli anziani il lavavetri aggressivo è un problema. Non è solo una questione di legalità. La legge va rispettata. (anche se ci sono delle ingiustizie macroscopiche non si è mai giustificati: la legge non ammette ignoranza). Però ci sono questioni che attengono a norme di pubblica sicurezza e altre alla politica e altre ancora alla cosiddetta società civile, quell’onore che non solo i siciliani hanno smesso di coltivare. E scusatemi se penso che non basti chiamare un’adunata al motto di ‘va a quel paese’ per cambiare le cose. Per un semplice motivo:

quanti saranno in piazza l’8 settembre e quanti siamo noi italiani quando andiamo a votare?

Perchè sapremmo eventualmente riempire quella piazza e mai comportarci consapevolmente nel segreto dell’urna?

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