sentimenti precari dell’era moderna/filosofia di vita presa in prestito da brandelli di conversazioni

Come si vede che il nostro premier è un signore del secolo scorso. Aveva una vita borghese, con un primo matrimonio e due primi figli. E come in tutte le vite borghesi quando il primo finisce arriva il secondo, e altri figli piccoli e molte cautele per risarcire di importanza e affetto i figli del primo letto. Se su questo irrompe la vita moderna che non è fatta di troppe ambizioni, trovi un sacco di signorine che non si metteranno, come si faceva una volta, in fila ad aspettare un pezzo dell’eredità di famiglia.

Della faccenda delle escort dovrebbe parlarsi per stabilire se un primo ministro ha mentito oppure no. Se sono stati commessi dei reati oppure no.

Poi, certo, si può fare una riflessione etica o sociologica.

Secondo me non tutte queste cose contemporaneamente. Sono tempi già troppo confusi e già andiamo tutti un po’ troppo di fretta.

Ogni tanto bisognerebbe fare lo sforzo di dire che cosa è importante e che cosa no, e, magari, con meno compiacenza, parlare solo di quello.

Invece, nonostante la presenza di Patrizia D’Addario in diretta tv, Maria Latella ancora ripeteva: “io mi chiedo che cosa passi nella testa di queste ragazze di vent’anni”.

Come se nel bel mezzo di un’intervista all’ad di Lehman Brothers per stabilire se lui, o chi per lui, abbia fatto qualcosa di illecito uno chiedesse: ma poi questo capitalismo è etico?

E non è mica quello il punto, il punto è che le banche hanno una funzione sociale, le finanziarie no. Quindi la domanda è: le banche possono smettere di fare le banche e comportarsi come delle finanziarie oppure no?

Il rischio di impresa te lo assumi in nome della collettività o per i tuoi propri fini, visto che poi invece i danni li paghiamo noi tutti?

Far discutere la gente su questo, per carità no. Dovessimo consumarci il cervello.

E per piacere no. Basta  anche con questa finta riflessione sociologica da tv, tra sante e puttane. Non siamo più negli anni settanta dove agli uomini è bastato usare (come Eva contro Eva) ‘Bocca di Rosa’ e le altre. Su questo equivoco abbiamo ucciso il femminismo, perchè abbiamo chiesto all’una e alle altre se stavano dalla stessa parte e, forse ignorando il filo spinato della trappola, l’una e le altre hanno risposto, con le lacrime agli occhi, certamente di no.

Vogliamo raccontare le vite dei ragazzi di oggi?

“Non lo so più quante vite ho, certe volte mi sveglio e non mi ricordo in quale mi trovo o a quale appartengo”. “Io ho tante vite, ci sono tanti come me che dal lunedì al venerdì, stanno così”. “Ci teniamo degli spazi di autonomia, in vite separate”. Ne ho sentite decine di frasi così, se chiedi al tuo prossimo che vita vive. E tutti in coro aggiungiamo: “è complicato”. E all’occorrenza indossiamo la bandiera della solitudine.

Non abbiamo solo lavori precari, abbiamo vite precarie. Non c’è nemmeno più bisogno di una forma contratto che gridi vendetta, o di essersi guadagnati le stellette da precari in un call-center o in qualsiasi altro meraviglioso lavoro che l’azienda crede tu faccia per hobby.

Diciamoci la verità: di precario non ci sono mica solo i soldi. Certo quelli fanno ancora la differenza tra chi ride e chi no, e non chiedete al sazio che vi smentisce, chiedete al digiuno, per piacere, tanto per fare una cosa demodé.

Di precario non ci sono solo i soldi. Ci sono sentimenti precari e quelli sì non fanno distinzione di portafogli, (anche se i soldi, magari, per alcuni valgono ancora un piccolo sfoggio di volontà).

Abbiamo sentimenti precari. Ci siamo talmente abituati che non ci sono più certezze, che siamo precari fin dal profondo della nostra anima. Una volta c’erano vite regolari e vite molto perbene che ipocritamente nascondevano altre facce. E c’erano vite per definizione irregolari o poetiche, di chi aveva scelto tutto insieme contemporaneamente, o di stare ai margini e vedere l’effetto che fa.

C’erano la trama principale, i protagonisti e le comparse. Adesso parli con le persone e non te lo sanno dire chi è protagonista e chi è comparsa. Ci sono spazi occupati per un po’, perchè è l’unica cosa certa. Ma se te lo chiedono quasi non sai più dire in quale vita vorresti stare. C’è chi, se glielo chiedi, è precario anche nei sogni. Non c’è uno scintillante sogno irrealizzabile, ma tanti piccoli sogni, un po’ pratici, come non dover più pagare il mutuo, un po’ tipo facciamo il giro del mondo eppoichissà.

Abbiamo relazioni precarie. Ci sono stati gli amici d’infanzia, gli amici di tutta una vita, gli amici di lavoro, gli amici delle vacanze, quelli del bar e i conoscenti. E ci sono gli amici di chat, gli amici di blog, gli amici di facebook.

C’era una volta un codice da rispettare anche nella scala dei torti, adesso potresti fare un po’ torto al vicino di casa, all’amico vero, all’amico di facebook… perchè quanta parte di te si aspettano gli altri? Che siano amici vicini o lontani, si condividono pezzettini di vita perchè di più non abbiamo tempo. E non sentiamo più il bisogno.

Di più, per la verità, non sapremmo proprio come fare: i nostri nonni hanno vissuto in un modo, i nostri padri in un altro, adesso arrangiati a trovare la via di mezzo che più ti conviene, che tanto non ti dice niente nessuno, perchè nessuno ha tempo e nessuno lo sa. Non ci sono profeti in casa e tantomeno fuori al portone.

Non possiamo decidere, scegliere, aspettare. Facciamo di tutto un po’, un po’ più con gli uni, un po’ meno con gli altri.

Dove la tracciamo la linea adesso? Quelli che stanno nelle case borghesi e quelli della comune sessantottina? Non sono più così le nostre famiglie.

Sono persone che stanno insieme per un po’, senza dare troppo scandalo. Ci sono famiglie sovrapposte, che si prendono e si lasciano, con figli sovrapposti, con relazioni sovrapposte, dove ringraziando iddio non è che dobbiamo per forza scegliere chi è protagonista e chi è comparsa. Quello ce lo dirà il tempo e il tempo mica lo puoi decidere prima di viverlo?

Non abbiamo tempo. Tanto abbiamo aspettato, che adesso, chi può appena appena permetterselo vive e basta, anche se manda il conto in rosso.

Mica per assomigliare a quelli famosi, tanto famosi siamo tutti: non c’è bisogno di fondare un impero, costruire qualcosa. Basta aver fatto qualche nefandezza banale, finire in tv e fare molta pubblicità. Non c’è merito e democraticamente non c’è cognome.

Non ci siamo più noi.

Mi piacerebbe che un giorno sui giornali che parlano dell’ennesima catastrofe annunciata, o di un episodio di malasanità, iniziassero il pezzo così:

cari lettori bisogna sapere che questa cosa è colpa nostra, di tutte le volte che non ci siamo indignati per le denunce di un altro, o per quelle non fatte, perchè ritirando la fiducia alla politica adesso non abbiamo nessuno che in nome nostro possa seriamente strillare che ci sono altre urgenze prima del condono fiscale, perchè ci sono i cittadini mobilitati ogni giorno perchè quell’ospedale non funziona o quella montagna non è sicura e bisogna per forza che il Parlamento trovi i soldi per quello prima che altro. Una politica autorevole questo potrebbe dirlo e potrebbe farlo. E chi l’ha ritirata questa fiducia alla politica?

Noi, o non ci siamo più noi??

Invece ci sono un po’ di proteste, un po’ di partiti, un po’ di sfiducia, un po’ di incidenti. E chiunque può dire tutto e il contrario di tutto.

Ma noi non abbiamo tempo per queste cose, ci siamo abituati a scavalcare i cadaveri.

E il tempo che passa è inevitabile, non è colpa nostra.

Il tempo che scorre o il tempo che aspetta…, questa poi, per definizione, è la più precaria delle emozioni!

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