filosofia di vita presa in prestito/war resisters

Chuck Wiley, un ingegnere navale americano che ha lavorato per 17 anni nella Marina militare degli Usa, si trovava nel 2006 su una portaerei da cui partivano ogni giorno, ogni ora, dei caccia­bombardieri che volavano a bassa quota terroriz­zando le popolazioni delle città irachene. «Come abbiamo saputo dai piloti — spiega — si trattava di strike missions , di missioni illegittime che non rispettavano la Convenzione di Ginevra. Mi resi conto allora che col mio lavoro contribuivo al pro­getto bellico. Profondamente turbato, ne parlai con mia moglie. Prendemmo una decisione e po­co dopo il Natale del 2006 arrivammo in Canada. Ho comunque pagato caro il mio gesto di ribellio­ne. Mi mancavano tre anni alla pensione e ho per­so tutto».

Nel suo libro «The Deserter’s Tale» (Racconto del disertore) che il Los Angeles Times qualifica come «un sostanziale contributo alla Storia», l’au­tore, Joshua Key, che dopo l’11 settembre s’era ar­ruolato nell’esercito per difendere il suo Paese da Al Qaeda, scrive: «All’inizio io credevo nella mis­sione in Iraq. Saddam Hussein era un mostro che andava tolto di mezzo e bisognava privarlo delle armi di distruzione di massa che erano nelle sue mani. Ma erano tutte balle. Non è stato trovato niente, in Iraq». Nel 2003 Key ha partecipato col suo plotone a 75 raid, irruzioni nelle case private col pretesto di snidare i terroristi, furti e rapine a mano armata, ed è stato testimone di un numero incalcolabile di delitti. A un certo punto racconta che, passeggiando per Bagdad, si è trovato di fronte a una «scena terribile»: «Tutto quello che potevo vedere erano corpi decapitati e tra i corpi e le teste c’erano dei soldati americani. Ho visto due soldati prendere a calci una di quelle teste co­me fosse un pallone». E conclude: no, non c’è nes­suna scusa per quel che ho fatto in Iraq.

Negli anni Sessanta-Settanta almeno 50 mila americani si rifugiarono in Canada per evitare di essere chiamati sotto le armi. E benché nel 1977 il presidente Jimmy Carter avesse offerto l’amnistia ai disertori, più di un terzo di loro non fece ritorno negli States. In questo momen­to, mentre il Governo conservatore di Stephen Harper (Centro-destra) si attiene alla linea dura (deportazione), il 64 per cento della popolazio­ne è favorevole alla richiesta di «residenza per­manente » avanzata dall’avanguardia dei Resi­stenti- Disertori. Ma neanche la (sommessa) ammissione di Barack Obama che, riferendosi all’Iraq, conti­nua a parlare di «dumb war», una guerra «stupi­da » e decisa «in fretta», e la denuncia dei falsi allarmi sulle armi di distruzione di massa e sul­l’alleanza fra i terroristi di Al Qaeda e il regime di Bagdad so­no riuscite ad «ammorbidire» il premier Harper, rimasto irre­movibile nella sua condanna ai disertori.

Atteggiamento che ha finito col rafforzare la posizione del ministro dell’Immigrazione Ja­son Kenney, da sempre convin­to che i War Resisters non so­no «autentici profughi o rifu­giati politici come intendono far credere» e «non subiscono affatto persecuzioni nei loro Paesi». Affermazione smentita dalle cronache più re­centi da cui risulta ad esempio che Robin Long, 25 anni, accusato di diserzione, è stato deporta­to negli Stati Uniti, dove sta scontando 15 mesi d’isolamento in un remoto accampamento mili­tare. Undici mesi sono stati invece inflitti, per lo stesso reato, a Cliff Cornel mentre altri giova­ni Resistenti campano alla giornata e girano guardinghi per le strade, sempre tallonati dai militari che hanno l’ordine di deportazione in tasca.

A Toronto, i giudici canadesi si rifiutano di affrontare in Tribunale i processi contro i diser­tori, cominciati nel 2004. E Jeffry House non esi­ta a svelarne le ragioni: «Essi ritengono — spie­ga il legale dei War Resisters — che non sia lo­ro compito intervenire, dal momento che non si tratta di un’azione giuridica, destinata ad esa­minare caso per caso, ma di un processo essen­zialmente politico che riguarda, appunto, la po­litica estera degli Stati Uniti. La sola nostra spe­ranza è un riesame della situazione da parte del Governo Federale nei suoi rapporti con la Casa Bianca».

Nella sua aspra requisitoria, l’ex combattente Joshua Key dedica ampio spazio alla propagan­da americana e al suo tentativo di demonizzare e demolire gli iracheni, che «non sono uomini» ma semplicemente «sand niggers», negri di sab­bia. Gente che non ha niente in comune con il genere umano, dal momento che «tutti i musul­mani sono terroristi e tutti i terroristi sono mu­sulmani » . Bisogna dunque eliminarli: questo è il mes­saggio di pace che i soldati yankee , addestrati ed educati in caserma nello spirito della concor­dia universale, portano nelle giberne volando verso Bagdad. Chi si augurava, come milioni di pacifisti in tutto il mondo, che George W. Bush finisse in prigione, schiacciato dalle proprie re­sponsabilità, è rimasto deluso. Insieme a Jo­shua, sono in molti a chiedersi ora quale potreb­be essere la reazione dei Padri Fondatori di fron­te allo spettacolo odierno della loro America. Sgomento è forse la parola giusta.

Ettore Mo, Corriere della Sera 30 agosto e 6 settembre 2009.

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