il Giornale dice

Da Il Giornale del 27 agosto 2009

di Vittorio Macioce

È successo tutto di notte, da clandestini. I giornalisti si sono svegliati e hanno scoperto che il direttore era stato messo da parte. Non cacciato, ma ridimensionato in qualche sgabuzzino. Questa è la storia di una piccola televisione, che galleggia sul canale 890 di Sky, ma se qualcuno vuole sapere come sarà il futuro del Pd deve guardare da queste parti. Red tv è la televisione di D’Alema e dicono che qui sia cominciata la normalizzazione. Non c’è più spazio per la sinistra dalle tante anime, per il sogno democratico, per i radicali e i dipietristi, per le incursioni a destra e sinistra. Non si insegue più la leggerezza veltroniana. Le notizie che arrivano da questo avamposto dalemiano parlano di un ritorno alle cose serie, al partito, l’unico, quello ereditato dal Pci, quello che non ha mai smesso di sentirsi di casa a Botteghe Oscure.
La storia. Red tv poco tempo fa si chiamava ancora Nessuno tv. Era un nome da odissea e D’Alema non lo ha mai amato. Il suo tesoro è un contributo pubblico di 4,1 milioni di euro. Una bella montagna di soldi che arriva grazie a sei parlamentari, cinque del Pd più Pino Pisicchio, in quota Idv. Il presidente del Cda è Luciano Consoli, che qualcuno ricorda per le disavventure del Bingo e de La Voce. In questo comitato d’affari si inserisce un anno fa Massimo D’Alema, prima in sordina, poi con qualche fuoco d’artificio. Diventa di fatto il padrone della baracca. Il signore di Gallipoli porta nel consiglio di amministrazione il suo braccio destro, l’uomo che regge le sorti della fondazione «Italianieuropei». Il suo nome è Matteo Orfini e cura i rapporti di D’Alema con il mondo degli affari, della finanza e della cultura. Fino a ieri la parola d’ordine di Red tv era: apertura. Oggi è: identità.
Nella notte Claudio Caprara, fondatore e direttore responsabile di Nessuno tv, è stato commissariato da Francesco “Ciccio” Cundari, firma prima del Riformista e poi del Foglio, ventinovenne, amico di famiglia di Orfini e iscritto nel circolo elitario Mazzini del Pd. Roba romana. Quando la redazione ha chiesto all’editore il perché di questo cambio della guardia, notturno e clandestino, la risposta tra mezze parole e qualche imbarazzo è stata questa. Bersani ha fatto due conti e sa che la segreteria è nelle sue mani. È convinto di vincere. Il suo primo mandato è farla finita con il Pd. Archiviare questa farsa, cancellare la stagione disneyana di Veltroni, spegnere ogni nostalgia ulivista e togliere ossigeno a Di Pietro e alla sua confraternita giacobina di intellettuali. Questo è l’obiettivo di D’Alema, questo è il desiderio che, con la cautela di chi sta sul Colle, arriva anche da Napolitano. La sinistra, per battere Berlusconi, deve ricominciare dalle sue origini, con le alleanze tattiche con il pulviscolo post-democristiano o con ciò che resta dei dinosauri post-comunisti. Il resto non conta. Niente prodiani. Niente Rutelli, che può anche andare a scindersi da solo da qualche parte. La sinistra è apparato. È territorio, banche, poteri forti. Tutto ciò che D’Alema ha sempre teorizzato dall’altro secolo, dai tempi della Bolognina, quando il Muro era appena caduto. L’unica differenza è che, forse, si è sbarazzato una volta per tutte del suo eterno rivale. D’Alema ha la sensazione che Walter sia davvero ormai un fantasma politico. Di cosa ha paura ancora D’Alema? Si sussurra che il punto debole del suo «ultimo piano» sia l’inchiesta di Bari. È per questo che ancora tergiversa con Di Pietro. Non conosce le carte in mano all’ex pm.
Questi ragionamenti arrivano da Red tv. È quello di cui chiacchierano negli studi e nelle redazioni. Quando stavano con Nessuno tv si sentivano la voce del Pd. Ora hanno capito che il Pd è un morto che cammina. Qualcuno più disilluso tira fuori una storia che ricorda molto Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. I leader della sinistra in questi anni sono stati politicamente assassinati uno dopo l’altro. Come recita il titolo provvisorio del capolavoro della giallista inglese: E poi non rimase più nessuno. Chi è l’assassino? Come molti sanno è il più bravo a fingersi morto. D’Alema. Oppure Veltroni?

E Mario scrive, qui.

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