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(ANSA) – PALERMO, 4 AGO – La Dda di Palermo ha ritrovato la sim del cellulare sequestrata a Massimo Ciancimino il giorno del suo arresto con il numero di uno 007. Nella rubrica e’ memorizzato il numero dell’agente dei servizi segreti che sarebbe stato in contatto con il dichiarante e con suo padre, anche per mediare la trattativa fra mafia e Stato. Si tratta di ‘Carlo-Franco’, l’uomo dal volto deformato, da 16 anni in contatto con i Ciancimino. I pm di Palermo hanno sentito per 3 ore Ciancimino. Il verbale e’ secretato.

ROMA, 18 lug. (Adnkronos) – “Pur ritenendo che sia ancora presto per formulare delle ipotesi sull’inchiesta di Palermo quello che per la verita’ mi fa un po’ paura e’ che la soluzione di vicende storiche cosi importanti dal punto di vista giudiziario vengano affidate all’arbitrio di una persona come Massimo Ciancimino”. […]

“e’ folle pensare che dietro le stragi del ’92 e del ’93 ci sia stata solo Cosa Nostra. Folle e puerile”, posto che “i magistrati di Caltanissetta gia’ in passato hanno compiuto diversi approfondimento sull’ipotesi di mandanti occulti della strage di via D’Amelio. Un dato che era ovvio nel 1992 e che diventa ancora piu certo oggi, e’ che cercare una sola identita’ nella matrice di Cosa nostra dietro le stragi del ’92 e’ pura follia”. Secondo Genchi “utilizzando la mafia e utilizzando le azioni della mafia si sono rinforzate coalizioni politiche , candidati eccetera. Quando poi la mafia e’ risultata scomoda la si e’ mandata al macero facendole fare delle cose inconsulte come le stragi del 92 e 93 per cambiare regime. Come nel gattopardo se vogliamo che tutto resti come e’ ogni cosa deve cambiare”.”Il mio contributo all’indagine di Via D’Amelio parte da un cellulare clonato a una signora napoletana che non c’entrava nulla e che venne utilizzato da Cosa Nostra fin dall’autunno del 1991″, rivela Genchi, spiegando che “quando dopo le stragi noi rileviamo i cellulari clonati dal gruppo dei corleonesi e degli altofontesi tutti i pentiti diranno che Cosa Nostra inizio’ a clonare i cellulari dall’ottobre del 1992. I fatti hanno dimostrato invece che le cosche disponevano di cellulari clonati fin dall’ottobre del 1991. In particolare appurai che un cellulare era in attivita’ fin dal 91 e che le chiamate, effettuate anche dall’estero, di questo telefonino indirizzate anche a numeri che corrispondevano a degli uffici appartenenti a istituzioni, si sono arrestate proprio il giorno della strage”.

Appendice: 8 giugno 2006 arrestato a Palermo il figlio di Vito Ciancimino per riciclaggio. (da Repubblica.it)

14 marzo 2009, Ciancimino accusa:

Indagini, quelle sulle relazioni esterne di Cosa nostra, alle quali oltre a Massimo Ciancimino, da qualche settimana, sta fornendo il suo contributo anche il tributarista Gianni Lapis, l’uomo al quale il vecchio don Vito avrebbe affidato la gestione del suo patrimonio insieme all’avvocato romano Giorgio Ghiron. Erano loro a gestire il conto “Mignon”, con quei 27 milioni di euro, provento del lucroso affare del gas al quale Carlo Vizzini, secondo quanto racconta Ciancimino, sarebbe stato personalmente interessato insieme ad altri insospettabili, soci occulti o meno del gruppo Sirco, (nel quale sarebbero appunto finiti i soldi di Don Vito) poi venduto agli spagnoli. La “quota” di Vizzini sarebbe stata di novecentomila euro. Denaro che Ciancimino jr. racconta di aver personalmente consegnato nel 2004 al parlamentare in due tranche, una da 500 mila a Roma e una da 400 mila a Palermo. A disporre la cifra in favore di Vizzini sarebbe stato Lapis, “amministratore” di quel conto del quale, solo nei mesi scorsi, Ciancimino ha ammesso di essere il reale intestatario di sette dei ventisette milioni di euro.
E sempre Lapis, secondo le accuse di Ciancimino, avrebbe poi disposto un contributo di 100mila euro nei confronti dell’ex sottosegretario al Lavoro Saverio Romano, già indagato dalla Procura di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa in un’inchiesta riaperta in seguito alle dichiarazioni del pentito Francesco Campanella. (Repubblica.it)

PALERMO – E’ stato arrestato stamani a Palermo Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco Vito Ciancimino, condannato per mafia e morto a Roma il 19 novembre 2002. Il provvedimento cautelare è stato firmato dal gip Gioacchino Scaduto e riguarda anche l’avvocato internazionalista Giorgio Ghiron, 73 anni, che è residente a Roma. Ad entrambi il giudice ha concesso gli arresti domiciliari. Ciancimino e Ghiron sono accusati di riciclaggio, reimpiego di capitali di provenienza illecita e fittizia intestazione di beni.

I carabinieri del Nucleo operativo e i finanzieri del Nucleo speciale di polizia valutaria stanno eseguendo numerose perquisizioni a Palermo, Roma e Milano. All’operazione, coordinata dalla Dda di Palermo, stanno partecipando decine di militari.

Le ordinanze di custodia cautelare sono state richieste dai pm della Dda, e sono legate all’inchiesta condotta dai carabinieri sul “tesoro” accumulato illecitamente negli anni Ottanta da Vito Ciancimino che secondo l’accusa, dopo la sua morte, sarebbe stato gestito dal figlio e dall’avvocato. Entrambi gli arrestati avevano già ricevuto l’avviso di garanzia lo scorso luglio perchè accusati di reimpiego di denaro di provenienza illecita.


Secondo gli investigatori il vecchio Ciancimino, considerato molto vicino a Bernardo Provenzano, già nel 1984 aveva intascato, secondo gli inquirenti, decine di miliardi di vecchie lire. Ma a quanto ammonti il tesoro dell’ex sindaco, finora non è riuscito a calcolarlo nessuno.

Nel 1991, durante l’udienza di un processo in cui Vito Ciancimino era imputato, rivolgendosi all’allora pm, Giuseppe Pignatone, ammise: “Nell’arco della mia vita ho guadagnato somme più del doppio di quelle che mi sono state sequestrate”.

Il riferimento a Massimo Ciancimino era stato trovato lo scorso 11 aprile dagli investigatori in un “pizzino” inviato dal boss latitante trapanese Matteo Messina Denaro al vecchio padrino corleonese Bernardo Provenzano.

Mentre l’avvocato Ghiron era legato a Vito Ciancimino sin dagli anni Settanta e in qualche vicenda giudiziaria compare come il suo avvocato difensore. A casa di Ghiron nel luglio scorso, quando gli è stato notificato il primo avviso di garanzia, i pm di Palermo durante la perquisizione hanno trovato una lettera-testamento di Vito Ciancimino, ma soprattutto una scrittura privata che conferma la tesi dei giudici che dietro alcune società come la Fingas e la Sirco che hanno un volume d’affari di milioni di euro, c’è Massimo Ciancimino.

(8 giugno 2006)

PALERMO – Viaggiava su e giù tra Palermo e Roma con valigette piene di banconote e distribuiva ai politici: 900 mila euro a Carlo Vizzini, 100 mila a Saverio Romano. Massimo Ciancimino accusa e si autoaccusa e i primi nomi eccellenti finiscono, insieme al suo, nel registro degli indagati della Procura di Palermo sulla scorta delle dichiarazioni del figlio dell’ex sindaco che da mesi collabora con i pm della Dda nell’ambito di un’inchiesta, condotta dal sostituto Nino Di Matteo e dall’aggiunto Antonio Ingroia, che ha preso le mosse dalla cosiddetta “trattativa” fra Stato e mafia subito dopo le stragi del’92.

Di Carlo Vizzini, senatore del Pdl, presidente della commissione Affari costituzionali e componente della commissione Antimafia, Ciancimino parla come di una sorta di socio occulto della Sirco Fingas, la società attraverso la quale il figlio dell’ex sindaco avrebbe riciclato una parte dell’ingente patrimonio occultato dal padre. Di Saverio Romano, deputato e segretario dell’Udc siciliana, racconta invece di un sostanzioso contributo ricevuto quando era sottosegretario al Lavoro del precedente governo Berlusconi. Soldi che Massimo Ciancimino, già condannato in primo grado a cinque anni e otto mesi, afferma di aver consegnato personalmente ai due parlamentari.

Eccolo “il progredire di delicatissime indagini sulle relazioni esterne di Cosa nostra”, richiamato proprio qualche giorno fa dai magistrati di Palermo nel documento di solidarietà al procuratore Messineo dopo la pubblicazione su Repubblica di alcuni articoli sulle inchieste di mafia in cui è coinvolto il cognato di Messineo, l’imprenditore Sergio Sacco.

Indagini, quelle sulle relazioni esterne di Cosa nostra, alle quali oltre a Massimo Ciancimino, da qualche settimana, sta fornendo il suo contributo anche il tributarista Gianni Lapis, l’uomo al quale il vecchio don Vito avrebbe affidato la gestione del suo patrimonio insieme all’avvocato romano Giorgio Ghiron. Erano loro a gestire il conto “Mignon”, con quei 27 milioni di euro, provento del lucroso affare del gas al quale Carlo Vizzini, secondo quanto racconta Ciancimino, sarebbe stato personalmente interessato insieme ad altri insospettabili, soci occulti o meno del gruppo Sirco, (nel quale sarebbero appunto finiti i soldi di Don Vito) poi venduto agli spagnoli. La “quota” di Vizzini sarebbe stata di novecentomila euro. Denaro che Ciancimino jr. racconta di aver personalmente consegnato nel 2004 al parlamentare in due tranche, una da 500 mila a Roma e una da 400 mila a Palermo. A disporre la cifra in favore di Vizzini sarebbe stato Lapis, “amministratore” di quel conto del quale, solo nei mesi scorsi, Ciancimino ha ammesso di essere il reale intestatario di sette dei ventisette milioni di euro.


E sempre Lapis, secondo le accuse di Ciancimino, avrebbe poi disposto un contributo di 100mila euro nei confronti dell’ex sottosegretario al Lavoro Saverio Romano, già indagato dalla Procura di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa in un’inchiesta riaperta in seguito alle dichiarazioni del pentito Francesco Campanella.

(14 marzo 2009)

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