pozzi aperti

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S‘il est une mesure, une seule, prise jadis par Saddam Hussein, alors vice-président, et qui fait, trente-sept ans plus tard, la quasi-unanimité chez les Irakiens, c’est la nationalisation complète du pétrole et l’expulsion, en 1972, de l’Iraq Petroleum Company, conglomérat franco-américano-britannique qui exploitait à vil prix l’or noir mésopotamien depuis 1929.

[…] 

Les six champs recèlent 43 milliards de barils de brut sur un total de 115 milliards de réserves prouvées au plan national. L’Irak détient actuellement, derrière l’Arabie saoudite et l’Iran, les troisièmes réserves d’or noir du monde. Mais de nombreuses zones n’ont jamais été explorées et certains n’excluent pas que le pays possède en réalité les premières réserves de la planète. “Tout le monde veut être en Irak précisément pour cette raison, nous explique l’une des meilleures spécialistes du secteur, Rouba Housari, la directrice fondatrice d’un site Internet spécialisé. Avec l’Iran, ce pays représente une opportunité rare.”

Ceci explique sans doute que, malgré le caractère jugé “peu lucratif” de l’offre irakienne, mais avec un oeil gourmand sur les possibilités d’obtenir de meilleures conditions lors des prochaines adjudications, début 2010, de licences d’exploitation pour 16 autres gisements non développés, 31 sociétés internationales aient été présélectionnées. (Le Monde.fr)

***

Cercare nuovi pozzi di petrolio in Iraq e sfruttare i grossi giacimenti esistenti è questa la vera partita del dopo Saddam, le compagnie che hanno dato una mano alla ricostruzione e già avevano intravisto il potenziale del territorio iracheno e tutte quelle che sono interessate possono entrare nel nuovo mercato col benestare del governo Al Maliki.

Qui sotto la ricostruzione dei fatti che avevo scritto un paio di mesi fa.

Se l’ex presidente americano George W. Bush avesse detto che per vittoria in Iraq intendeva la produzione di greggio, nessuno gli avrebbe dato torto.

Qualche settimana fa il portavoce di Hussain al-Sharistani, il ministro del Petrolio iracheno, ha annunciato: ”In gennaio abbiamo esportato 58,621 milioni di barili, ovvero in media 891 mila al giorno”. E ha aggiunto: “A dicembre 2008, l’Iraq ha esportato 56,2 milioni di barili di petrolio”. Due milioni di barili in più in un solo mese, un dato più che incoraggiante, sulla stabilità della fragile democrazia irachena, che si scontra, però, con le attuali necessità del mercato. Alla vigilia del vertice dell’Opec di Vienna del 18 e 19 marzo, lo stesso ministro al Sharistani ha annunciato che: “verrà deciso un calo della produzione per far risalire gradatamente il prezzo del petrolio a una media di 70 dollari”. Sembra questa la quota ragionevole tra i 45 dollari attuali e i 150 dollari al barile che hanno fatto tremare gli analisti finanziari del mondo intero.

Il rilancio del petrolio iracheno non è un semplice indicatore finanziario. Riguarda la capacità del governo di Baghdad di tenere insieme le diverse anime della sua popolazione e di stipulare accordi con gli investitori occidentali, in un settore cruciale per la sua economia.

 

All’indomani della nuova politica energetica annunciata dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama, è proprio dalla capitale dell’oro nero che potrebbe partire il cambiamento destinato a modifcare gli equilibri geopolitici tra i paesi produttori di petrolio e gas naturale.

 

C’è un’altra costituzione, infatti, che mette d’accordo il governo dell’ Iraq e le diverse etnie che abitano il suo territorio: la legge istitutiva del Federal Council of Oil & Gas. Un vero e proprio trattato di pace tra sciiti, sunniti e curdi da sempre in contrasto per il controllo del più vasto giacimento petrolifero del paese, quello di Kirkuk. Perché c’è una sola strada che porta le due principali risorse irachene, il petrolio e il gas, in occidente, e questa strada passa dalla Turchia. Grazie ad un accordo messo nero su bianco a luglio 2008 tra il presidente iracheno Jalal Talabani e il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, accompagnato dal suo ministro per l’Energia Hilmi Guler. L’accordo permette a TPAO, la compagnia petrolifera turca, di condurre esplorazioni, trivellamenti e scambi commerciali in territorio iracheno. In cambio la capacità dell’oleodotto di Kirkük-Yumurtalık verrà potenziata e raggiungerà il Mediterraneo nella città turca di Ceyhan per collegarsi a Nabucco, l’oleodotto che parte dall’Iran per attraversare il Caspio e i balcani.

 

Porte a aperte agli investimenti stranieri.

A partire da luglio 2008 il governo iracheno ha annuciato di voler aprire ad investimenti esteri lo sviluppo di 6 grandi giacimenti: Rumaila, Kirkuk, Zubair, Qurna occidentale, Bai Hassan e Maysan. Per il momento non si tratta di cedere dei veri e propri diritti di sfruttamento, come chiedono le multinazionali, ma di operazioni specifiche insieme a ditte locali che dovranno avere almeno il 25% del valore dei contratti. L’Iraq ha giacimenti pari a circa 115 miliardi di barili di greggio, la terza maggior riserva al mondo. Ma la classifica dell’Opec dei paesi esportatori pubblicata a febbraio 2006 vedeva il paese solo al quarto posto proprio per carenza di infrastrutture. L’Iraq, inoltre, non possiede raffinerie e può solo esportare il prodotto grezzo.

La TPAO turca, quindi, è solo una delle 41 ditte straniere interessate della possibile liberalizzazione del mercato energetico iracheno. Quanto all’Italia, il Ministro italiano dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, ai primi di marzo è volato a Baghdad per firmare un’accordo commericale in campo energetico. La visita del Ministro Scajola fa seguito alla serie di viaggi che i manager dell’Eni hanno compiuto a Baghdad ad agosto 2008, per proporre agli iracheni la costruzione di centrali elettriche all’avanguardia, in cambio dello sfruttamento delle importanti risorse della regione. Sono infatti 300 i tecnici e manager iracheni che l’ Eni ha ospitato e formato in questi anni nella sua Scuola Mattei di San Donato Milanese.

All’inizio l’apertura agli investitori stranieri restava legata alla permanenza delle truppe statunitensi a garanzia della stabilità politica e militare della regione. E l’intensificarsi degli scambi commerciali in contemporanea all’annunciato piano di ritiro statunitense rappresenta la sfida più importante per il governo di Baghdad per una definitiva normalizzazione, per usare un’espressione cara all’ex presidente Bush.

 

Una svolta per l’Europa.

 

Dei rinnovati buoni rapporti tra Iraq e Iran è segno concreto il viaggio di tre giorni a Teheran alla fine di febbraio del presidente Talabani, per una serie di incontri bilaterali che l’amministrazione Obama ritiene premineti nella sua agenda. 

La realizzazione di Nabucco, però, non mette pace solo tra i due grandi paesi esportatori di oro nero. Perché si tratta di un progetto che baipasserebbe, in un colpo solo, gli annosi contenziosi tra Russia e Ucraina, che il rapporto annuale dell’Opec ritiene alla base delle turbolenze del mercato, e che contemporaneamente mettono a dura prova le cancellerie europee, dietro la minaccia reiterata di lasciare al freddo i cittadini comunitari. Il compito di Nabucco sarebbe, infatti, anche quello di neutralizzare, con buona pace del mercato, i continui litigi tra Kiev e Mosca sul prezzo del gas.

E quanto sia delicato questo piano alternativo di autostrada energetica, che rifornirebbe di gas e petrolio l’Europa, lo dimostrano le dichiarazioni del Ministro delle Finanze e vicepremier Georgiano, Nika Gilauri, al vertice di Tblisi di gennaio: “Si tratta di un progetto molto importante nel quale la Georgia potrà svolgere un ruolo di paese strategico per quanto riguarda il transito delle risorse energetiche e di garanzia per la sicurezza energetica del Continente”. Nella stessa sede il primo ministro ceco, Mirek Topolanek, avrebbe fatto sapere che Praga in quanto presidente di turno della Commissione europea, farà di tutto affinché il progetto Nabucco si realizzi.

E infine, le parole esplicite del primo ministro bulgaro, Sergej Tanishev: “Da molti anni la Bulgaria fa parte di Nabucco — ha sottolineato Tanishev — un progetto non solo economico ma anche politico”.

 

Lo sviluppo del cosiddetto gasdotto South Stream nasce dagli accordi tra la nostra Eni e il gigante russo Gazprom. Il tratto offshore prevede l’attraversamento del Mar Nero dalla costa russa di Beregovaya (stesso punto di partenza del Blue Stream, gasdotto che attraversa invece la Turchia) a quella bulgara di Varna, con un percorso complessivo di circa 900 km e profondità massime di oltre 2.000 metri. Dalla Bulgaria dovrebbero partire due rami, con due diversi percorsi, uno verso Nord Ovest (Romania, Ungheria, Repubblica Ceca e Austria) e l’altro verso Sud Ovest (Grecia e Italia, entrando nello Stivale in Puglia).

La capacità prevista sarà di 30 miliardi di metri cubi di gas all’anno. L’obiettivo è di iniziare le forniture attraverso il gasdotto nel 2013.

 

Insomma la creazione di Nabucco potrebbe portare non soltanto ad una pace duratura tra Iraq e Iran ma anche ad una maggiore stabilità energetica in Europa. Più che con i tradizionali strumenti della geopolitica, le diplomazie internazionali si stanno misurando con il volto duro della crisi finanziaria e questa crisi, finora, ha insegnato agli europei che il settore energetico potrebbe diventare un pericoloso tallone d’Achille.

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