a proposito di paradisi fiscali, Barclays…

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A meno di mie sviste personali, sulla stampa italiana se ne accorge solo Walter Riolfi sulla prima di Finanza & Mercati de Il Sole 24 Ore di oggi. La notizia è del Guardian del 16 marzo scorso. Se n’è fatto un gran parlare all’ultimo G20 di Londra, dei paradisi fiscali e della trasparenza bancaria…

Barclays, già finita di recente nel mirino dell’antitrust sulla portabilità dei mutui, ha studiato un piano ingegnoso per agirare il fisco, ma non è stata poi così avara. La notizia infatti non l’ha tenuta per sé ma ha insegnato il “come fare” anche ad Unicredit e Intesa.

Indubbiamente la banca si era distinta nello stabilire che cosa è un’affare (la vendita della piattaforma iShare) e che cosa proprio non lo è (il mancato salvataggio insieme a Bank of America di Lehman Brothers). In più riceve dal Tesoro Britannico gli aiuti anti crisi, con evidente soddisfazione azionaria.

Ma sono tempi in cui riflettere sul fare soldi scommettendo sui soldi e agirando le regole…tardivo mea culpa dei costruttori sulla sabbia.

***

Were it not for a whistleblower, these schemes would not have come to light.In the game of cat-and-mouse between big business and civil servants, they would have remained hidden from the public eye. As an informant points out, the Structured Capital Markets department of Barclays “has huge … resources at its disposal, the best minds rewarded with millions of pounds in bonuses. Compare this with … HMRC advertising for a tax and accounting expert with the pay… at £45,000.” This mismatch of resources is a long-standing one, of course. It is why tax-collectors in several countries have to rely on moles tipping off websites such as Wikileaks or information dumped on to CD-Rom. But with this particular high-street bank and at this time, there are two important things that can be done to try and correct the imbalance.

First, Barclays is in negotiation with the Treasury for support from the British taxpayer. It wants the government to insure a portion of its toxic assets, as with RBS and the Lloyds group. Alistair Darling should not give Barclays any support unless executives come clean about all their tax avoidance schemes – and stop them immediately. The bank cannot have taxpayer support without paying its fair share of tax.

Second, leaders of the 20 most important economies gather in London in just under a fortnight for what promises to be a fractious meeting. But there is one point on which Europe and America agree: the damage done by the abuse of tax havens.(The secret documents, The Guardian 17-3-2009)

“Hidden away on the top floor of 5 The North Colonnade sit the formidable Barcap SCM (Structured Capital Markets) team,” he writes. “A team of some 110 people with the sole purpose of structuring tax-aggressive transactions to avoid tax not only for Barclays but also for banks and companies across the world. Once upon a time the story was about the avoidance of UK tax, this rapidly expanded into the avoidance of US tax too but now the business has grown to encompass Europe, Brazil, the Middle East, South Africa and other emerging markets.

“It is true to say no other tax arbitrage team has the financial resources or the senior management support from the very top that the SCM team enjoys at Barclays. Indeed many joke within SCM that they are the tax structuring market, thinking up all the ideas in all the major jurisdictions, sourcing the counterparties, instructing counsel (for themselves as well as for the counterparty) and executing the trade for both sides. Indeed all the counterparty need do is turn up, sign some documents and collect a large sum of money from the fiscal authorities. (Fear, revenge and ingenious tax deals-life on the top floor at Barclays -The Guardian 16-3-2009)

HM Revenue & Customs was tonight investigating explosive allegations about tax avoidance schemes operated by Barclays Bank, made by a whistleblower in the firm and apparently substantiated by leaked documents.

HMRC’s moves came as the government announced steps to try to discourage tax avoidance by Britain’s banks, now frequently dependent on state aid. The chancellor launched plans for a code of practice in which banks would be expected to abide by the “spirit of the law”. (Revenue Investigates Barclays tax mole claims -The Guardian 16-3-2009)

Chi immaginava che il «Guardian» mettesse tutto online smascherando gli artifici di Barclays, ideati per eludere le tasse e per farle eludere alle controparti di mezzo mondo. A Londra è scoppiato il finimondo. Ma in pochi hanno fatto caso che uno dei sette dossier riservati coinvolgeva due banche italiane: UniCredit e Intesa. Si chiama progetto «Brontos». Eccolo, ed è tutto molto semplice.

Una controllata britannica di Barclays (BarSub) crea un società a responsabilità limitata in Lussemburgo (LuxParent), che a sua volta ne crea un’altra (LuxSub). LuxParent e LuxSub sottoscrivono dei Ppi (Profit partecipating instruments, ossia i titoli oggetto dell’operazione). Intanto Barclays trasferisce 2 miliardi di lire turche alla propria filiale di Milano (Milan Branch), che le investe nei Ppi emessi da LuxSub, che a sua volta crea un Bare Trust (trust nudo) in Uk, che investe le lire turche con i soldi di Barclays e LuxSub. A questo punto la banca italiana si fa finanziare per un miliardo di € e con la Milan Branch sottoscrive un cross currency swap e un repo (pronti contro termine). A questo punto LuxParent gira l’acquisto dei Ppi da BarSub, che s’è fatta garantire da LuxSub, che … . A questo punto ci fermiamo perché ci siamo persi.

Possibile? Sì, perché tutto questo artificio è stato costruito nel marzo 2007 in maniera così complicata, da confondere anche il miglior funzionario del Fisco inglese e italiano. Lo scopo è eludere le tasse e farle eludere alle proprie controparti. Il caso ha fatto clamore in Gran Bretagna ed ha avuto una risonanza negli Stati Uniti. E la sta per avere anche in Italia. Perché le due controparti nostrane indicate dal progetto Brontos (ossia brontosauro e non si capisce se riferito ai due istituti italiani o alla mostruosità descritta nelle 21 pagine del documento) sono UniCredit e Intesa Sanpaolo. La prima sarebbe stata coinvolta per investimenti pari a 2,5 miliardi di € e la seconda per un miliardo. Alla fine, l’operazione avrebbe dovuto generare poco più di 75 milioni di utili extra: tasse risparmiate da dividere tra le banche italiane e l’istituto inglese. E non solo. Perché, come recita il «memo» di Barclays: «Le controparti otterranno un accresciuto ritorno prima delle tasse e riceveranno utili in buona parte fiscalmente esenti, mentre potranno pienamente dedurre i costi di finanziamento e le relative spese». Par di capire che a Barclays, il diavolo tentatore, andrebbe una significativa fetta dei vantaggi.

Si sono fatte tentare le due banche italiane? Intesa dice di no: «Non siamo entrati nell’operazione prospettata dal progetto Brontos», ha dichiarato un portavoce della banca. UniCredit, invece, ammette di aver fatto qualcosa, ma non quello raccontato sopra: «L’operazione non è comunque stata realizzata da UniCredit nei termini e nelle modalità descritte dal documento, ma con modalità assai diverse», riferisce una fonte ufficiale. E aggiunge che non c’è stato alcun «fine di elusione/evasione fiscale», che tutto è stato comunicato al «Fisco inglese», «esaminato anche dalla società di revisione italiana» e «tiene conto di interpretazioni ufficiali dell’Amministrazione finanziaria italiana .. nella sostanza e non nella mera forma».

Il caso Barclays è scoppiato il 16 marzo, quando il giornale inglese The Guardian ha pubblicato sul suo sito online sette documenti riservati della banca (Memo), inviati in precedenza da un’anonima «gola profonda» a Vince Cable, il liberal-democratico ministro ombra del Fisco inglese. Gli avvocati di Barclays si mettono subito in moto e dopo qualche ora riescono a ottenere dal giudice la rimozione dei documenti «illegalmente acquisiti» dal delatore. Ma in altri siti è rimasta traccia e intanto lo stesso Cable li aveva passati a Her Majesty’s Revenue & Customs, ossia all’ufficio delle imposte inglese. «I documenti – ha dichiarato Cable – suggeriscono una profonda e radicata cultura di elusione fiscale. Il team di Barclays sembra un ragno al centro di una artificiosa tela di operazioni non trasparenti attraverso i paradisi fiscali».

Ovvio che lo scandalo sia montato in Inghilterra perché, indipendentemente dalla liceità formale delle varie operazioni proposte, è apparso ai sudditi di Sua Maestà moralmente improponibile, specie per una banca che lo scorso anno ha svalutato attività per 8 miliardi di sterline e potrebbe dover ricorrere ai soldi dei contribuenti. Le reazioni si sono estese all’Italia, visto che il 31 marzo Antonio Borghesi, deputato dell’IdV, ha presentato un’interrogazione al ministro del Tesoro in cui si chiede se siano accettabili «ancorché legalmente ammissibili» operazioni come quelle descritte nel progetto Brontos. Hanno voglia i vertici di Barclays ad affermare che la banca «non incoraggia e nè consente l’evasione fiscale», ma quelle 110 persone impiegate nello Structured Capital Market, il ramo di Barclays Capital creato per congegnare queste cervellotiche operazioni, sono lì, per dirlo con le parole di Cable, «con il solo proposito di strutturare operazioni fiscalmente aggressive allo scopo di evitare il pagamento delle tasse, non solo per Barclays ma anche per banche e società sparse nel mondo».

Dei sette “Memo” (tutti del 2007), quelli denominati Brontos e Valiha (con Credit Suisse come controparte) sembrano congegnati – ha affermato Lord Matthew Oakeshott, portavoce del Tesoro – per «stare un millimetro dentro la legge in ciascuno dei Paesi interessati». Altri (progetto Knight) coinvolgono l’americana Branch Banking Trust Company, il progetto Faber è studiato per la tedesca Nordbank Ag, mentre quelli denominati Berry, Brazilian e Lux riguardano operazioni con controllate estere di Barclays e spesso fanno sponda su società lussemburghesi e delle Cayman.
La banca inglese non è la sola ad aver approfittato delle zone d’ombra dei vari sistemi fiscali. Con operazioni simili, cita il Sunday Times, Rbs avrebbe sottratto al Fisco inglese e statunitense entrate per 500 milioni di sterline in 5 anni. Anni fa, Julius Baer avrebbe proposto triangolazioni con appositi Trust delle Cayman per far “risparmiare” tasse a cittadini americani e irlandesi. E negli anni 90 Aig congegnò, attraverso controllate offshore, operazioni con un bel po’ di grandi banche: tra cui Crédit Agricole, Bank of Ireland, Bank of America e l’italiana Comit.
Dei sette “Memo” (tutti del 2007), quelli denominati Brontos e Valiha (con Credit Suisse come controparte) sembrano congegnati – ha affermato Lord Matthew Oakeshott, portavoce del Tesoro – per «stare un millimetro dentro la legge in ciascuno dei Paesi interessati». Altri (progetto Knight) coinvolgono l’americana Branch Banking Trust Company, il progetto Faber è studiato per la tedesca Nordbank Ag, mentre quelli denominati Berry, Brazilian e Lux riguardano operazioni con controllate estere di Barclays e spesso fanno sponda su società lussemburghesi e delle Cayman.
La banca inglese non è la sola ad aver approfittato delle zone d’ombra dei vari sistemi fiscali. Con operazioni simili, cita il Sunday Times, Rbs avrebbe sottratto al Fisco inglese e statunitense entrate per 500 milioni di sterline in 5 anni. Anni fa, Julius Baer avrebbe proposto triangolazioni con appositi Trust delle Cayman per far “risparmiare” tasse a cittadini americani e irlandesi. E negli anni 90 Aig congegnò, attraverso controllate offshore, operazioni con un bel po’ di grandi banche: tra cui Crédit Agricole, Bank of Ireland, Bank of America e l’italiana Comit.
WALTER RIOLFI, il Sole 24Ore

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