appunti per un comizio

Mentre è in corso l’offensiva a Gaza (e se lunghe e vieppiù indefinite sono le motivazioni sull’origine del conflitto mediorientale, l’unica cosa su cui con certezza fattuale si può convenire è la sproporzione evidente tra le forze e i morti in campo) la cosa che più mi disturba è il concetto di giustizia. Certo, quelli di noi presi nel cortocircuito del dibattito politico-giudiziario italiano sono ormai costretti a portare degli occhiali spessi come fondi di bottiglia e di un colore grigio fumo, molto denso.

Poi mi è capitato di leggere questo articolo sul New Yorker di cui lascio il link e riporto questo passaggio:

This is typical I.S.I. tradecraft, unfortunately—hold a suspect in secret for a prolonged period, then dump him into the Pakistani court system as if the suspect had just been identified. Here is the Pakistani version of America’s secret-prisons problem. The Army and I.S.I. run their ambiguous campaigns against militants entirely out of sight, and with no judicial accountability. At the same time the country supports a parallel, open policing and judicial system with judges and lawyers who, while too often corrupt and venal, nonetheless value their independence. During the last several years, the independence of the judicial system has become a national cause championed by a lawyers’ movement. When I.S.I. does decide to dump a terrorist into the open-court system, the evidence it can offer of the suspect’s confessions is not likely to withstand the scrutiny of the country’s British-inspired, liberal-minded or at least defiant and ornery lawyers and judges.

E anche qui avevo già ripreso più o meno lo stesso concetto.

Poi un sabato notte mi è capitato di vedere una puntata di Un Giorno in Pretura, su Raitre. Era il processo ad alcuni ragazzi della periferia di Napoli che avevano ucciso un edicolante a scopo rapina. Ora io non dico che si possa giustificare un omicidio. Ma si beccano trent’anni dei ragazzi, poco più che maggiorenni, che non si esprimono nella nostra lingua e che hanno come unica prospettiva di vita quella di finire così come finiscono e che immancabilmente raccontano di essere stati picchiati, di essere stati costretti con un imbuto a bere acqua e sale. Qualcuno mi dirà che questo sistema serve a salvare delle vite, a fare giustizia. Chissenefrega se i delinquenti assassini vengono malmenati. Non lo trovo giusto. Istintivamente quando mi raccontano quello che succede a certi criminali una volta presi, qualcosa dentro di me si ribella. Anche se molti di loro io li terrei al 41bis senza rimpianti.

Possibile che la nostra società non sia più abituata ad avere una cultura giuridica che sia davvero tale? Dove siano davvero patrimonio comune i termini “presunzione di innocenza”, “gradi di giudizio”, “motivazione della sentenza”, “avviso di garanzia”. Se la storia è destinata a ripetersi finchè non si impara la lezione allora noi rischiamo di riscrivere i codici in un moderno medioevo. Dove l’urgenza di fare giustizia, oltrepassa il termine, e la cultura sembra uno sciocco retaggio ottocentesco, che pure non è secolo da rimpiangere troppo.

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