lasciate in pace Kundera, per colpa di Antonello Venditti ancora ci chiediamo dove cada l’accento sul nome…

Ho scoperto Milan Kundera nel 1990 leggendo L’immortalità. Da lì ho iniziato a leggere tutti gli altri e, dopo il primo, il mio preferito resta La vita è altrove.

Di seguito l’articolo pubblicato sul Corriere della Sera di oggi a pag.28, di Bérnard-Henri Lévy sull’autore, che dice molto bene una cosa di cui sono fermamente convinta.

***

Quei nani contro il gigante Kundera
di BERNARD-HENRI LÉVY
27-10-2008

Non m’importa sapere se Milan Kundera è il giovane che, il 14 marzo 1950, si è presentato in un commissariato di Praga per denunciare un compagno d’università. Intanto, non ci credo. Francamente, non immagino l’autore di Amori ridicoli, se pur in un’altra vita, se pur nella sua preistoria, nel ruolo di delatore. Del resto tutto, in questa vicenda, ha il pessimo odore di una manipolazione grossolana: l’autenticità del documento esibito, che non è stata per niente accertata; il fatto che tale documento abbia tranquillamente dormito negli archivi della polizia cèca fino alla vigilia, guarda caso, dell’attribuzione del premio Nobel; lo strano atteggiamento, dunque, di una polizia che si sarebbe privata, quand’era onnipotente, di utilizzare questa terribile arma contro uno dei suoi avversari più visibili, e più imbarazzanti. In realtà, il problema non è questo. Non si tratta, non dovrebbe trattarsi, di disquisire su quei deficienti ai quali è bastato che si sventolasse sotto il loro naso un pezzo di carta con i caratteri tipografici «dell’epoca » perché se ne impadronissero e lo considerassero vangelo. Il problema è nella sollecitudine. Nell’agitazione febbrile dei giornali che, in tutto il mondo, si sono precipitati sulla magnifica occasione di andare a cercare uno scrittore che, molto spesso, non avevano trovato il tempo di leggere davvero; di prenderlo per il bavero e, al termine di un processo sommario, di addossargli una di quelle imputazioni retroattive che hanno sempre avuto la virtù di riempirli di gioia. Il problema, quello vero, è la loro gioia, l’entusiasmo, il compiacimento nella calunnia. Il problema è il piacere voluttuoso che si è percepito nella penna di tanti cronisti alla sola idea che uno dei più grandi scrittori viventi sia potuto essere, anche lui, un miserabile, un delatore, un imbroglione. Il problema è l’esultanza, ancora più oscena, che si è percepita nelle rare persone che di lui comunque avevano letto qualcosa e che hanno avuto la sensazione, all’improvviso, di aver trovato la chiave che faceva loro difetto, il pezzo mancante del puzzle, la ragione ultima e per forza decisiva perché nascosta, di quel testo di gioventù, di quella pagina rimasta enigmatica di un romanzo della maturità o, meglio, di certe particolarità biografiche che le innervosivano da così tanto tempo e che bruscamente trovavano la loro umana, troppo umana, spiegazione: il suo esilio, per esempio, la sua reticenza ad aderire, dopo l’esilio, a una qualsiasi parola d’ordine, comprese quelle della dissidenza… la scelta sospetta di scrivere in francese… il modo, quando tornava nel proprio Paese, di presentarsi in albergo sotto falso nome… il suo rifiuto delle interviste… Insomma, avrebbe dovuto dare l’allarme questo suo rifiuto di abbandonarsi anima e corpo alla curiosità, all’esigenza di verità e di trasparenza, alla volontà d’indiscrezione, che sono diventati il principio di quella che, al giorno d’oggi, viene chiamata intervista allo scrittore… e avrebbe dovuto mettere in guardia la sua mania, quando alla fine concedeva un’intervista, di riscriverla completamente, da cima a fondo, parola per parola: ma per cancellare cosa, santo cielo? Per neutralizzare quale oscuro, quale tenebroso segreto? Ebbene, ecco… adesso sappiamo… abbiamo capito, finalmente. Ah, che uomo malvagio! Che farabutto brillante! Grazie mille agli archivi della nobile polizia staliniana che ci hanno aiutato a veder chiaro… Un grande applauso al paziente lavoro della polizia del pensiero che ha saputo stanare la preziosa prova del reato, la lettera scarlatta, il processo verbale in cui nessuno sperava più… tutto accade… basta essere pazienti… si respira. Penso a Milan Kundera. Penso, sebbene non lo conosca molto, alla prostrazione che deve provare un gigante delle Lettere che vede spuntare, al tramonto della propria vita, una muta di nani carichi d’odio che pretendono di strappargli la maschera per potergli meglio sputare in faccia. Penso alla collera fredda ma impotente, alle parole che non servono a niente, ai comunicati stampa che bisogna pur fare, ma che, lo si sente, servono solo a darsi la zappa sui piedi. Penso al balletto ben noto della guerra letteraria dove si sa in anticipo che non ci sarà un secondo colpo, mai, e che, quando una rivista — che per una supplementare ironia della sorte ha la faccia tosta di chiamarsi Respekt — ha deciso di saldare un conto con te e di distruggerti, non hai altra risorsa se non quella di incassare, chiuderti in te stesso e decidere di vivere, per il resto dei tuoi giorni, con un’ombra infame che nemmeno è la tua. Ma penso anche all’ epoca, stavolta la nostra, che rende possibili simili imprese. Osservo quest’epoca abietta che del «divieto di ammirare» ha fatto il proprio slogan più sonoro e dove regnano spirito di vendetta, risentimento, odio infantile verso gli scrittori e, al di là, verso tutto ciò che è grande. E mi dico che il nostro spirito del tempo è ben triste se si vanta della sua attitudine a criminalizzare, squalificare, sporcare quello che non capisce e lo sorpassa. Per fortuna, ci sono i libri, che sopravvivono — è un’altra legge — agli scorpioni della delazione generalizzata. (traduzione di Daniela Maggioni)

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