il secolo dei genovesi di tutta Italia

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[…] Dalla città alta le oligarchie controllano le rivolte e i traffici del porto e badano che nessuno prenda troppo potere in città. Genova è l’unica capitale italiana a non aver mai avuto una signoria. Ci ha provato Simon Boccanegra, sette secoli fa, ed è finita in melodramma. Le dieci famiglie che contano vigilano l’una sull’altra e anche all’interno, come i Messina, i primi armatori del porto. Se chiedi d’incontrarne uno, ti ricevono in otto in un ufficio circolare, con le scrivanie affiancate di padri e figli, forse perché si vogliono bene e magari per evitare che uno s’allarghi troppo. Il genovese dotato di un esubero d’iniziativa può sempre cercare fortuna a Milano o a Parigi, come il banchiere Alessandro Profumo o l’immobiliarista Carlo Puri Negri o l’architetto Renzo Piano, purché non rompa le scatole qui. Il poeta Edoardo Sanguineti commenta: “In nessuna città vale così tanto il detto: nessuno profeta in patria. Le tre celebrate glorie genovesi, Cristoforo Colombo, Giuseppe Mazzini e Niccolò Paganini, rispetto alla città più che esiliati erano fuggiaschi”.

La borghesia conserva riti immutabili in circoli chiusissimi. Si può venire ammessi col voto dei soci, biglie bianche e nere, e c’è chi aspetta le bianche da trent’anni. Quasi ogni lunedì sera la mappa del potere si ritrova in galleria Mazzini, un tempo meta diletta di Montale e Calvino, e cena al ristorante Europa.  …(continua) Curzio Maltese, La Genova che vince tra design e finanza, Repubblica 28 gennaio 2007

[…] I «Marta boys» giocano a fare i padroni della città e, come quelli veri, la sera si ritrovano al ristorante «Europa», in galleria Mazzini, per decidere i destini della Lanterna. Tutti i giornali hanno raccontato questo rito del potere genovese. Ma loro i giornali non li leggono, i magistrati invece sì. Così i pm mandano i carabinieri a piazzare le microspie sotto i tavoli, li pizzicano uno per uno e li portano dentro. Le intercettazioni, centinaia di pagine, come usa oggi finiscono su Internet. Si tratta di smargiassate, millanterie, robetta di pretura che forse finirà in nulla o in prescrizione. «Anche queste cifre sono lo specchio della crisi economica di Genova», commenta a ragione Marta Vincenzi. Ma intanto, che schifo. A leggere le intercettazioni, sale la rabbia dei concittadini, le mani prudono. Soprattutto per chi conosce lo stato delle scuole genovesi. Tutte fuori dalle norme di sicurezza, molte fatiscenti, senza soldi neppure per i maestri di sostegno, con i genitori costretti a infilare la carta igienica negli zaini dei ragazzini. E questi che sanno tutto, da amministratori e pure da padri di figli piccoli, si mettono a speculare sulle mense dei bambini.
Si capiscono le lacrime amare e pubbliche di Marta Vincenzi. Ancor più si comprende il dolore privato delle famiglie dei «traditori», brava gente di sinistra con un passato di militanza pura. Nel salotto del padre di Casagrande sono esibiti i cimeli di una vita da operaio: la medaglia ricevuta da bambino da Palmiro Togliatti per il volantinaggio dell´Unità, la foto del banchetto dello stoccafisso gestito per vent´anni alle feste di partito e la laurea in giurisprudenza del figlio. Il padre di Morettini è stato un eroe della rivolta del ‘60, con i morti in piazza, e poi un ingegnere licenziato dall´azienda per aver scioperato, unico impiegato, con gli operai. La politica per loro era impegno, ideali. Per i figli privilegiati, una merce in vendita a cinquemila euro. «E´ una storia di padri e figli e di mancata trasmissione di valori» dice il vecchio sindaco Beppe Pericu. «Non solo a sinistra, non solo a Genova. Anche fra gli imprenditori, i commercianti, la borghesia cittadina e italiana. Non condivido certi tratti di Marta Vincenzi, soprattutto il suo masochismo nel cercarsi conflitti non necessari. Ma capisco le sue difficoltà. Io discutevo con gruppi sociali organizzati, lei si trova a trattare con le tribù». (continua) Curzio Maltese, La Bisteccopoli dei Marta Boys, così affonda Genova la rossa, Repubblica 30 maggio 2008 pag. 15

Questi due articoli di Curzio Maltese ci raccontano Genova e ci spiegano l’Italia, a chi si chiede se la società abbia perso i suoi modelli culturali di riferimento, a chi destra e sinistra sono la stessa cosa, a chi la destra è di sinistra e la sinistra di destra, a chi sindaci o sceriffi, operai un po’  troppo leghisti. Stringe un po’ il cuore ma non si può far finta che certe cose non stiano proprio sotto al nostro naso e se adesso ci piace mettere nell’armadio tutti i padri nobili e i loro principi, così sia. Nessun profeta in patria e nessuna bandiera alla finestra. Non c’è nemmeno più chi osserva dal davanzale, la gente è tutta per strada in ordine sparso verso il migliore offerente. Ed ha le sue ragioni. Ma sono solo nuvole basse con la loro piccola ombra.

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