comizio-1

Il direttore mi ha spesso invitata ad aprire un blog perchè dice che sono antica e che non sono una vera progressista, il vice-direttore è stato molto felice che io abbia aperto un blog ma dice che è un clone di quello del direttore, (quello dei blog che si somigliano è un tema senza dubbio da approfondire ma non adesso), l’amico-collega Marco, da vero blogsurfer, mi ha subito fatto pubblicità mentre il compagno socialista Torchiaro mi ha spesso invitata ad aprire un blog per non sentire i miei comizi in redazione. Chi mi conosce sa che quanto segue non è deterrente. Quindi comizio non come sostantivo bensì come verbo:

queste elezioni mi hanno dato la sgradevole sensazione di aver sbagliato tutto. Finire gli studi in fretta e bene, fare un master, cercare sempre e comunque di fare il lavoro che adoro ma che non fa nessuno nella mia famiglia e che a trentun’anni non mi mantiene. Anzi, a conti fatti spendo più soldi per lavorare che per vivere, in una stanza mica una casa. E quando ho detto qualche settimana fa che Berlusconi avrebbe vinto a mani basse -ma quale pareggio- perchè avrebbe preso a sinistra e perso al centro non immaginavo quanto guardare in questo specchio mi avrebbe disorientata. Forse è il destino di quelli che nascono alla fine del secolo fare i conti col contrappasso. Ma il Partito Democratico ha retto grazie all’alleanza con il partito più anti berlusconiano e antipolitico che si poteva immaginare. La Sinistra Arcobaleno ha preso quello che meritava. Evidentemente anche il Paese. Dopo quindici anni senza educazione civica, senza informazione obiettiva, senza giustizia secondo uno qualsiasi dei criteri europei, vedere che Paese siamo fa girare un po’ la testa perchè non sai più in che direzione. L’operaio della Thyssen del PD è in parlamento, l’operaio par condicio della Sinistra Arcobaleno è a spasso. Gli operai che votano Lega Nord o Forza Italia, festeggiano la vittoria. Cuffaro, Pancho Pardi e Ciarrapico sono in Senato. Non vedo proprio cosa ci sia da festeggiare che De Mita non sia stato eletto. E per non imperversare oltre, copio-incollo il Gramellini di oggi.

La sinistra del brillante, Massimo Gramellini La Stampa pag.1.

La foto invece è perchè oggi mi è tornata in mente la fioraia del negozio vicino alla mia casa (stanza) dell’università che una mattina mi disse: “belle sono belle le margherite, magari, ma appartengono sempre alla famiglia dei crisantemi e se fosse per me… nel mio negozio non ce le voglio e infatti le tengo sempre qui fuori.”

Come avrà reagito la casta intellettuale alla Waterloo, anzi alla Walterloo delle elezioni? In attesa che gli editorialisti girotondini, ieri stranamente silenti, lancino il consueto appello all’emigrazione di massa, un primo squarcio affiora in questo email inviato da una professoressa della Capitale.

«Qui all’Università il lutto è strettissimo. Le colleghe più “disinistra” si stringono nel cashmere quattro fili (da noi non fa caldo) e i trilogy al loro anulare mandano bagliori sinistri di rabbia. Ancora quell’orrido omino Playmobil con la capoccia dipinta di marrone! Che caduta di stile imperdonabile! Meno male che il Direttore di Dipartimento, uomo di mondo e di umili origini, passa per tranquillizzare il gregge e pontifica filosoficamente: “Adesso vediamo che cacchio faranno questi qua… A parte che, per quello che hanno fatto gli altri, peggio non è possibile!” Le “disinistra” alzano un sopracciglio, aspettano che il Direttore esca, consultano il Rolex e, vista l’ora, si preparano ad andare a far merenda in un elegante bar del centro. Fuori, i tamburi dei punkabbestia rimbombano cupi, in previsione di tempi difficili. E pensare che per la prima volta in vita mia avevo votato a sinistra».

La lettera si presta a un paio di considerazioni. 1. Nelle università italiane ci sono ancora «prof» capaci di scrivere in italiano e magari sguazzano nel girone dei precari perché non portano la borsa a qualche barone politicizzato. 2. A chiunque non ne faccia parte, la sinistra del brillante provoca ormai soltanto conati di nausea. Anche più dell’omino Playmobil.

Massimo Gramellini, La Stampa 16 aprile 2008.

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