Cesare Geronzi

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ROMA – Il banchiere Cesare Geronzi, ex presidente di Capitalia, è stato rinviato a giudizio per estorsione dal Gup di Parma Roberto Spanò nell’ambito del troncone Eurolat del processo per il crac Parmalat.

Geronzi è invece stato prosciolto dall’originale imputazione ipotizzata dalla procura di Parma, e cioè la bancarotta fraudolenta. Lo stesso Spanò aveva chiesto alla procura di riformulare l’imputazione sostenendo che il reato descritto era quello dell’estorsione aggravata in concorso nei confronti di Calisto Tanzi, anzichè del concorso con l’ex patron di Parmalat nella bancarotta fraudolenta del gruppo di Collecchio. Con Geronzi prosciolti anche l’imprenditore Sergio Cragnotti e l’ex dirigente Cirio Riccardo Bianchini Riccardi.

Geronzi, Cragnotti e Riccardi sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di bancarotta societaria. A Geronzi è contestata l’estorsione, ma non nella forma aggravata cui aveva fatto riferimento il Gup, perchè sono stati prosciolti Cragnotti e Riccardi dalla stessa imputazione. Cade quindi il concorso nel reato e dunque l’aggravante.
(4 aprile 2008) Repubblica.it

***

Chi non è un fan di Travaglio può fermarsi alla pagina di wikipedia. Oppure leggere come il New York Times ricostruiva la vicenda lo scorso 26 giugno 2007. Questa notizia mi dà l’occasione per riproporre questo pezzo di Luigi Zingales di un mesetto fa.

Luigi Zingales su l’Espresso, n°9 

29 febbraio 2008:

Lo scorso gennaio, quando il governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro fu condannato in primo grado per favoreggiamento, un coro di voci si levò per chiederne le dimissioni. In prima fila fu il presidente della Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, giustamente impegnato a sostegno della coraggiosa contro il pizzo lanciata dalla sede siciliana della sua associazione.

Anche la nostra Costituzione garantisce la presunzione di innocenza fino a una condanna passata in giudicato, opportunità politiche suggeriscono le dimissioni di un amministratore condannato in primo grado di un reato così grave per l’incarico che ricopre. Le istituzioni devono sembrare, non solo essere, al di sopra di ogni sospetto. E, per salvaguardare questa rispettabilità, è giusto chiedere a chi è stato condannato in primo grado di farsi da parte. Soprattutto in un Paese dove, per avere una sentenza definitiva, ci vogliono almeno dieci anni.

La reazione al caso Cuffaro ha avuto un’altra ricaduta positiva. Il Partito democratico ha deciso di non ripresentare alle elezioni i parlamentari che abbiano subito condanne in primo grado. E’ un segnale importante che il Paese vuole più ordine e pulizia nella gestione della cosa pubblica. Ma perchè questa operazione si è fermata alla politica e non tocca il mondo della finanza? Perchè le stesse voci che hanno chiesto le dimissioni di Cuffaro non si sono levate a chiedere le dimissioni di Cesare Geronzi, presidente del comitato di sorveglianza di Mediobanca, condannato in primo grado per bancarotta dal tribunale di Brescia  e sotto processo per lo stesso reato nei casi Cirio e Parmalat? Se il sospetto di complicità con la criminalità è tra i peggiori che possano colpire un governatore, quello di bancarotta è tra i peggiori che possano colpire un banchiere. Perchè allora Montezemolo non ha chiesto le dimissioni di Geronzi come ha chiesto quelle di Cuffaro? E perchè un banchiere che tanto ha fatto per migliorare l’immagine della sua banca, come l’ad di Unicredit, Alessandro Profumo, ha appoggiato l’elezione di Geronzi a presidente di Mediobanca? Nel mondo le reazioni negative non sono mancate. Dopo la sua condanna, i fondi internazionali hanno votato contro la riconferma di Geronzi a presidente di Capitalia. E dandone l’annuncio, il “Financial Times” riportava l’opinione di un famoso hedge fund manager: “Non possiamo essere azionisti di una società dove gli standard di corporate governance sono stati violati, riconfermando come presidente chi è stato condannato per un reato”.

Un altro money manager, sempre citato dal “Financial Times”, diceva: “Secondo gli standard internazionali ci aspettiamo che il presidente si dimetta”. Dopo la sua nomina a presidente di Mediobanca, la rivista americana “Forbes”, citando un’analista, scriveva: “Tutti sanno che ha fatto affari dubbi, ma ci sarà la volontà politica di cambiarlo?”.

E questa è la domanda fondamentale: ci sarà la volontà politica di cambiarlo? Ma questa volontà politica non deve essere fraintesa con la volontà pratica. Mediobanca è un’impresa privata e come tale non deve essere soggetta a pressioni dei partiti. Ma solo a pressioni del mercato. Negli altri paesi queste cose non succedono perchè il mercato penalizza chi si comporta male.

Perchè in Italia questo non succede?

Un’ipotesi è che il Mercato non è informato perchè la stampa è imbavagliata. Oltre a controllare il Corriere della Sera – sostengono alcuni – Geronzi, nella sua lunga carriera di banchiere, ha accumulato molti crediti nei confronti dei padroni di altri giornali. Ma io non ci credo. Nel XXI secolo le informazioni viaggiano su internet e non c’è operatore finanziario che non conosca i fatti.

Un’altra ipotesi è che gli italiani non considerino una condanna penale uno stigma sufficientemente grave. Ma questo non spiega il coro anti-Cuffaro e la decisione del Partito democratico di non ricandidare i condannati.

La ragione è da ritrovarsi nella ristrettezza e provincialità del nostro mondo finanziario, dove nessuno vuole criticare un collega, soprattutto se considerato potente. E l’indignazione viene tenuta dentro. Ma non c’è più spazio per timori o difese corporative. L’immagine internazionale del nostro Paese è in pericolo. Per questo io chiedo formalmente al presidente della Confindustria Montezemolo, che tanto ha fatto per migliorare l’immagine del nostro Paese, di prendere pubblicamente posizione contro il permanere di un condannato per bancarotta alla presidenza di una delle principali banche del questo Paese. Chiedo inoltre a tutti quelli che operano nel mondo della finanza e dell’impresa, e che soffrono del danno di immagine che questa situazione comporta, di prendere posizione pubblicamente sul sito de “L’Espresso”. Anche gli italiani sentono il bisogno di adeguarsi agli standard internazionali di governance: è giunto il momento di farlo capire al consiglio di Mediobanca.

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