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	<title>Paola&#039;s Weblog</title>
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		<title>l&#8217;embargo petrolifero contro l&#8217;iran visto dall&#8217;asia</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 10:34:00 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Visto dall’Asia l’embargo petrolifero nei confronti dell’Iran</strong> comporta delle scelte politiche e delle fonti alternative di approvvigionamento che passano sia dalla Russia sia dal Medioriente. Ma potrebbe anche essere ignorato, evitando così di entrare apertamente in conflitto con il regime sciita. Potrebbero essere l’Europa e il Giappone a soffrire di più della strategia americana nei confronti di Teheran, con il possibile aumento del prezzo del greggio &#8211; eventualità che non lascia immune gli stessi Stati Uniti.</p>
<p><strong>Fare a meno del petrolio iraniano</strong>, comunque, non è cosa da poco. Non è chiaro infatti se sia lecito aggirare il blocco degli scambi commerciali usando l’oro come moneta di scambio presso la Banca centrale iraniana, mandando così in pensione i petrodollari. Indiscrezioni di stampa suggeriscono che sia questo l’orientamento di Cina e India. La maggior parte delle esportazioni iraniane di petrolio (ma anche di altre merci) va in Asia; la Cina è il primo partner commerciale del paese.</p>
<p><strong>Pechino apre la lista </strong>assorbendo il 22% delle esportazioni di greggio di Teheran, acquistando 550 mila barili al giorno, il 6% del proprio consumo totale. Tokyo, che per la prima volta in 30 anni ha un deficit commerciale che si aggira sui 24 miliardi, acquista 327 mila barili al giorno, che rappresentano il 7% della sua domanda interna e il 15% delle esportazioni iraniane. Il 12% va all’India che acquista 310 mila barili al giorno, coprendo il 9% del suo fabbisogno. Seguono la Corea del Sud con 228 mila barili e la Turchia, con 196 mila barili, che però rappresentano il 30% del suo consumo.</p>
<p><strong>Solo il 20% arriva in Europa</strong>, ma è assorbito dalle economie della zona euro maggiormente in difficoltà come Italia, Grecia e Spagna. Per questo Teheran ha recentemente minacciato di bloccare le esportazioni verso l’Europa prima che il blocco entri in vigore il prossimo 21 luglio. Una dilazione che era stata decisa proprio per far i conti con la difficile situazione economica del Vecchio Continente.</p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>Il punto di vista dell’Asia<span id="more-1529"></span></em></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p><strong>La questione della “sicurezza” </strong>dipende da chi parla. Oggi questa parola è spesso legata alla “sicurezza energetica”, tradotta quasi unanimemente in affidabilità degli approvvigionamenti e stabilità dei prezzi. Così, anche la diplomazia è disposta a prendere nuove strade pur di risolvere l’equazione a proprio vantaggio. Mentre gli americani in politica estera hanno scelto di privilegiare l’Asia e il Pacifico nella loro agenda, Cina e India stanno sempre più spostando la loro attenzione sul Medio Oriente e si sono subito messe in contatto rispettivamente con i paesi del Golfo e con Israele.</p>
<p><strong>Nelle scorse settimane il premier</strong> Wen Jiabao ha compiuto una visita ufficiale in Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi sia per aumentare l&#8217;influenza della Cina nella regione sia per vagliare la possibilità di rifornimenti di gas e petrolio, potendo contare anche su un indubbio vantaggio tecnico: le raffinerie asiatiche sono meglio attrezzate di quelle occidentali nella raffinazione di un petrolio di qualità inferiore, perché ricco di zolfo, come quello saudita. Proprio l’Arabia Saudita, il principale paese produttore di oro nero, ha sopperito al blocco della produzione libica durante il conflitto e continuerà a produrre di più durante l’embargo iraniano, causando un certo malumore negli altri membri dell’Opec.</p>
<p><strong>La difficile raffinazione del petrolio saudita</strong> era una delle preoccupazioni emerse da un recente <a href="http://www.fas.org/sgp/crs/mideast/R41683.pdf">rapporto</a> di due esperti americani di politica energetica che analizzava la situazione alla luce delle cosiddette primavere arabe.</p>
<p><strong>La Cina sta continuando a investire in Asia centrale</strong> in regioni ricche di idrocarburi come il Turkmenistan e il Kazakistan, ed esiste anche un accordo con la Russia firmato nel lontano 2002 per la costruzione di un oleodotto che possa collegare i due paesi. Ciò non impedisce ai cinesi, che non sempre hanno avuto relazioni facili con il Cremlino, di considerare il Medio Oriente come una regione strategica, dati gli attuali livelli di produzione.</p>
<p><strong>Gli analisti prevedono</strong> <strong>che la domanda energetica</strong> verso i paesi del Golfo da parte di Europa e Stati Uniti potrebbe anche diminuire &#8211; complice la crisi economica e le difficoltà dell&#8217;eurozona &#8211; ma che questo non valgà nè per la Cina, nè per l’India. Anche il consigliere per la sicurezza nazionale indiano, Shiv Shankar Menon, ha compiuto un tour analogo nella regione passando da Arabia Saudita, Qatar e Kuwait.</p>
<p><strong>Per la Cina i paesi del Golfo</strong> rappresentano un ottimo mercato per le esportazioni di prodotti manifatturieri; per l’India un polo di possibili investitori da attrarre in patria ma anche un territorio che ospita 6 milioni di indiani che ogni anno mandano nella madrepatria rimesse per un valore di 20-30 miliardi di dollari, che rappresentano quasi la metà del totale annuo inviato da tutti i lavoratori indiani all’estero (circa 60 miliardi di dollari).</p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>L’embargo verrà rispettato?</em></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p><strong>Fin qui la Cina e l’India hanno appoggiato</strong> la politica americana nei confronti del programma nucleare iraniano sotto l’ombrello del Trattato di non proliferazione. Ma il segnale che stanno mandando è che non sono disposte a farlo a spese della sicurezza energetica che, in questo momento, coincide fortemente con il sostegno alla loro crescita economica, soprattutto nei confronti della domanda interna. Questione che per la Cina è fortemente legata al mantenimento dell’ordine sociale.</p>
<p><strong>Per questo l’India sta rafforzando</strong> i legami con Israele, riconoscendone il ruolo determinante per la stabilità della regione. Il mese scorso il ministro degli Esteri indiano è stato accolto a Tel Aviv con quelli che le cronache definiscono gli onori accordati solo ai più stretti alleati.</p>
<p><strong>Il rinnovato embargo petrolifero all’Iran</strong>,<strong> </strong>visto da occidente, sembra rievocare alcuni schemi legati ai meccanismi della guerra fredda: già Reagan nel 1982, mentre si occupava di Gheddafi e delle sanzioni alla Libia, faceva contemporaneamente i conti con le possibili alternative al gas russo e con le conseguenze che questo avrebbe comportato per i paesi “allineati”. Oggi i paesi non si allineano più come una volta e la sicurezza energetica potrebbe superare per altre strade le vecchie logiche della deterrenza.</p>
<p><strong>In questo momento</strong>, sul piano economico, Cina e India hanno più margine di manovra di quanto non abbiano Europa e Giappone, e forse gli stessi Stati Uniti.</p>
<p><em>da <a href="http://temi.repubblica.it/limes/lembargo-petrolifero-contro-liran-visto-dallasia/32270" target="_blank">Limes</a> 13/02/2012</em></p>
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		<title>lacrime di coccodrillo / la cura greca</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Feb 2012 17:53:53 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://wp.me/pdBaW-oy" target="_blank">lacrime di coccodrillo / la cura greca</a></p>
<p>Se quelle della Grecia sono lacrime di coccodrillo &#8211; hanno truccato i conti, si sono indebitati per pagarsi i vizi &#8211; e adesso, c&#8217;è poco da fare, bisogna ingoiare l&#8217;amara medicina, le lacrime di Wall Street quando è iniziata la crisi che cos&#8217;erano?</p>
<p>Non mi sembra che in quel caso si sia detto ai banchieri &#8220;e adesso ingoiate l&#8217;amara medicina&#8221;. Se non ricordo male gli Stati Uniti hanno dato un sacco di soldi alle banche rinunciando al diritto di dirgli come spenderli. Infatti le banche hanno continuato a speculare, guadagnandoci pure, tanto che in alcuni casi hanno fatto anche il beau geste di restituire il denaro.</p>
<p>Dite che li hanno usati per investire in qualche impresa? Per risanare qualche mutuo? Per evitare di liquidare rami d&#8217;azienda?</p>
<p>Se la lezione necessaria che adesso si deve infliggere a chi non sa tenere in ordine i conti è &#8216;chi sbaglia paga&#8217; perchè questa lezione non colpisce chi ha sbagliato?</p>
<p>Hanno sbagliato le banche, gli organismi di vigilanza, le autorità politiche di controllo, una certa classe dirigente. Eppure il rigore colpisce i pensionati, i dipendenti pubblici, i giovani, i lavoratori precari e tra tutte queste categorie sono maggiormente colpite le donne.</p>
<p>Forse perchè a decidere, perchè al governo, ci sono quei tecnici espressione di quelle categorie che hanno sbagliato? Forse perchè la Bce e l&#8217;Fmi non devono, in maniera altrettanto evidente, rendere conto a nessun parlamento democraticamente eletto?</p>
<p>Noi veniamo subito dopo la Grecia ma da noi lo fanno in maniera soft, ci adulano, ci coccolano: i nostri tecnici al governo sono i più apprezzati d&#8217;Europa ma che dico del mondo, l&#8217;ha detto anche Obama. Da noi i pensionati sono dei parassiti che succhiano il sangue ai loro nipoti, i dipendenti pubblici dei fannulloni, i giovani dei bamboccioni che vogliono il posto fisso vicino a mammà e papà, le donne&#8230;.le donne, l&#8217;abbiamo detto, sono le mamme che viziano i figli&#8230;.</p>
<p>Ma quali sarebbero i banchieri da premiare in questo paese? Quelli che precludono il credito alle piccole e medie aziende che &#8211; per inciso &#8211; non ce l&#8217;hanno l&#8217;art. 18 e non è un caso? Quali sarebbero questi manager di grandi imprese italiane che portano sviluppo e produttività e non delocalizzano? Quali sarebbero questi signori membri di una classe dirigente innovatrice che ha creato ricerca e sviluppo e ci mantiene leader in settori nazionali strategici?</p>
<p>No perchè quando li troviamo assolutamente mettiamoli al governo oppure propiniamo loro la cura greca.</p>
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		<title>bocca della verità / tutta colpa della neve</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 12:48:48 +0000</pubDate>
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		<title>la guerra dei droni di Obama</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 11:37:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paoladifraia</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoBodyText">In campo militare una delle prime novità dell’amministrazione Obama fu quella di dichiarare conclusa la politica del “don’t ask don’t tell” ossia passare sotto silenzio le preferenze sessuali degli appartenenti all’esercito. Questo potrebbe essere il frutto dell’avanzamento della società americana dove l’omossessualità non è più vista come un tabù, nemmeno nell’esercito. Allo stesso modo il presidente, ormai in clima da campagna elettorale, ha iniziato a parlare apertamente di un altro tema che non sembra essere un tabù per gli americani: l’utilizzo dei droni, ossia degli aerei da combattimento che volano senza pilota. E’ successo durante un question time del presidente con gli utenti di Google+ e di youTube e in alcune dichiarazioni pubbliche riprese dai grandi media. Nello specifico Obama si è riferito a due episodi diversi: il primo riguardava l’Iraq e l’utilizzo dei droni come misura di prevenzione e sicurezza limitata al quartiere dell’ambasciata americana a Baghdad, un progetto sperimentale in piedi da circa un anno e incrementato dopo la partenza delle ultime truppe statunitensi dal paese. Fonti dell’esercito hanno dichiarato che si tratta di un piano sottoposto alle autorità irachene per ricevere il loro benestare.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">Il secondo al Pakistan e all’utilizzo dei droni per raid contro i talebani e i militanti di Al Qaeda che si concentrano in un’ area federata sotto l’amministrazione tribale che vanno sotto l’acronimo americano di FATA (Federally Administrated Tribal Areas). Gli ufficiali americani sostengono che il governo pachistano è sempre stato al corrente di queste operazioni anche se pubblicamente le ha sempre condannate. In Iraq tanto il premier al Maliki quanto i sui consiglieri e i ministri dell’interno e della difesa hanno detto al New York Times di non sapere nulla di un programma per il volo di droni a difesa dell’ambasciata americana nel loro territorio.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">L’esercito statunitense possiede almeno 7000 di questi mezzi aerei radiocomandati, che nell’ultimo anno hanno compiuto centinaia di azioni in sei diversi paesi. Che l’impiego di questi mezzi non ponga grossi problemi per l’opinione pubblica potrebbe dipendere dal modo in cui si dichiarano e si combattono le guerre dell’epoca moderna. Quanto sono ‘legalmente’ accettabili almeno da un punto di vista costituzionale? Come fa notare Peter W. Singer, direttore della <a href="http://www.brookings.edu/projects/21defense/about.aspx">21st Century<span>  </span>Defense Initiative</a> della Brookings, molte costituzioni come la nostra e quella americana distinguono tra il presidente che è capo delle forze armate e il parlamento che delibera lo stato di guerra. Di fatto il parlamento americano non delibera lo stato di guerra dal 1942: con l’entrata in vigore della War Powers Resolution nel 1973, di fatto il presidente statunitense poteva inviare uomini e mezzi in guerra e al parlamento spettava il compito di approvarla o meno entro 60 giorni. Dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre con la guerra totale al terrorismo dichiarata da Bush il presidente in carica ha goduto di ben più ampi poteri. Dalla sua elezione alla Casa Bianca, Barack Obama è stato ben attento a staccarsi dall’immagine nettamente impopolare della guerra totale e ideologica contro il nemico, parlando sempre delle singole minacce e delle singole situazioni, cercando per quanto possibile di circoscriverle nel tempo, sbilanciandosi a volte con delle date che non gli è stato sempre possibile mantenere, com’è successo inizialmente per l’Afghanistan. Ha dichiarato più volte di voler mettere fine (vincendole?) le guerre ereditate da Bush.</p>
<p><span style="font-size:12pt;font-family:Times;">Oggi alla vigilia della corsa elettorale per il suo secondo mandato, parlando dell’utilizzo dei droni, Obama non sembra preoccuparsi di quelle che di fatto sono operazioni di guerra non più dirette contro un nemico evanescente ‘il terrorismo’, bensì contro i nemici sulla lista della Cia, con nomi e cognomi, da Bin Laden (ormai sistemato) in poi. </span><!--EndFragment--></p>
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		<title>Jordan’s Energy-Policy Options</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 14:04:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paoladifraia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Jordan’s Energy-Policy Options. What will Jordan do? To date the most stable Middle East’s monarchy, Jordan is in many ways a litmus test of what could happen in the region, in terms of future geopolitical policies. In the domestic field, prime minister Awn Khasawneh announced, last november, that his country is willing to revoke the [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=paoladifraia.com&amp;blog=3241170&amp;post=1514&amp;subd=paoladifraia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://wp.me/p29NYB-19">Jordan’s Energy-Policy Options</a>.</p>
<p style="margin:10px 0;padding:0;">What will Jordan do? To date the most stable Middle East’s monarchy, Jordan is in many ways a litmus test of what could happen in the region, in terms of future geopolitical policies.</p>
<p style="margin:10px 0;padding:0;">In the domestic field, prime minister Awn Khasawneh announced, last november, that his country is willing to revoke the sanctions against Hamas’militants, expelled from its soil since 1999 under american pressure. He called such decision a mistake politically and from a judicial point of view. This position could be the result of a long wooing from Qatar and Iran, both in search of a new alliance with the Hashemite kingdom in exchange for important economic advantages.</p>
<p style="margin:10px 0;padding:0;">The regime in Tehran is plainly worried about loosing a strategical ally like Syria, and is trying to play a long standing attraction on Amman under the promise of a future pipeline that would bring to Jordan Iranian gas through Turkey or Iraq.</p>
<p style="margin:10px 0;padding:0;">At the same time, Qatar is trying to do the same thanks to its renewed political activism in the region both as oil producer and as sponsor of the new Libyan government. Qatar is therefore getting more and more interested in Jordan’s affairs, pushing for its decision to let Hamas militants come back as they’re leaving from Syria. And Qatar as well has put an energy deal on the table: the construction of an LNG terminal far from the seashore of Aqaba, in the Red Sea. Engineers are already working on the project’s viability.</p>
<p style="margin:10px 0;padding:0;">Jordan’s need of oil and gas supplies is predicted to redouble until 2020. Due to costant sabotages of Sinai’s pipeline, Jordan is looking to replace Egypt as an energy partner. Originally intended to damage Israel, these disruptions affected also Jordan economy. Moreover, Amman is dealing with the results of the Arab Spring’s turmoils and in this respect it could reach the decision of doing business with Qatar or Iran.</p>
<p style="margin:10px 0;padding:0;">In this regional background Jordan offered to host direct talks between Israeli and Palestinian officials, to jumpstart the peace process with a special focus on the sensitive situation of West Bank’settlements. Many analysts share the common opinion of Israel’s increasing diplomatic isolation in the Middle East, connected to the decline of U.S. involvement in the area. And yet, Israel could be just the one to offer an economic agreement to Jordan meeting its energy needs. In this way it could overcome what analyst Daniel Levy calls “Israel’s porcupine syndrome” and open up to a more cooperative attitude toward Eastern Mediterranean and the Gulf countries. It seems a common interest, at the moment, to limit Iranian expansion in the area. But an energy deal between Israel and Jordan is only wishful thinking by the liberal Haaretz newspaper, for now.</p>
<p style="margin:10px 0;padding:0;">A pipeline form Israel to Jordan could also pass trough the West Bank, this would have important political implications: more resourses reaching Palestinian territories could boost the peace process. It’s exactly the gas that Israel has been searching with its drilling operations near Cyprus that offended Turkey last summer, which could reach Jordan bringing certain advantages to the Palestinians too. Whether it would pass trough the West Bank or not, a pipeline between Israel and Jordan would be less expensive and less ambitious than its rival project from Iran. But to do this, it is necessary to convince the Hashemite kingdom that it is more desirable to bind its energy future – and also its political one – to Israel than any Iranian option.</p>
<p style="margin:10px 0;padding:0;"><em>paoladifraia@gmail.com</em></p>
<p style="margin:10px 0;padding:0;">from <a style="color:#333333;text-decoration:none;outline-style:none;outline-width:initial;outline-color:initial;border-bottom-width:1px;border-bottom-style:dotted;border-bottom-color:#666666;margin:0;padding:0;" href="http://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/la-giordania-e-le-sue-opzioni-politico-energetiche" target="_blank">Aspenia</a> 1/30/2012</p>
<br />Filed under: <a href='http://paoladifraia.com/category/geogeo/'>geo&amp;geo</a>, <a href='http://paoladifraia.com/category/i-signori-della-terra/'>i signori della terra</a>, <a href='http://paoladifraia.com/category/politicspolicy/'>politics&amp;policy</a> Tagged: <a href='http://paoladifraia.com/tag/energy/'>energy</a>, <a href='http://paoladifraia.com/tag/gas/'>gas</a>, <a href='http://paoladifraia.com/tag/iran/'>iran</a>, <a href='http://paoladifraia.com/tag/israel/'>israel</a>, <a href='http://paoladifraia.com/tag/jordan/'>jordan</a>, <a href='http://paoladifraia.com/tag/oil/'>oil</a>, <a href='http://paoladifraia.com/tag/pipeline/'>pipeline</a>, <a href='http://paoladifraia.com/tag/qatar/'>qatar</a>, <a href='http://paoladifraia.com/tag/security/'>security</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/paoladifraia.wordpress.com/1514/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/paoladifraia.wordpress.com/1514/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/paoladifraia.wordpress.com/1514/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/paoladifraia.wordpress.com/1514/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/paoladifraia.wordpress.com/1514/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/paoladifraia.wordpress.com/1514/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/paoladifraia.wordpress.com/1514/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/paoladifraia.wordpress.com/1514/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/paoladifraia.wordpress.com/1514/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/paoladifraia.wordpress.com/1514/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/paoladifraia.wordpress.com/1514/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/paoladifraia.wordpress.com/1514/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/paoladifraia.wordpress.com/1514/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/paoladifraia.wordpress.com/1514/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=paoladifraia.com&amp;blog=3241170&amp;post=1514&amp;subd=paoladifraia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>questi tecnici deludenti, quanta cultura sprecata</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 09:19:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sapete perchè a mio modesto avviso questi tecnici eletti per acclamazione da questo parlamento di nominati (vi ricordate, non li abbiamo scelti noi, c&#8217;erano le liste fatte dai segretari di partito, spesso proprietari di simbolo, nome e molte altre cose) sono una vera delusione? Perchè sono un fallimento. Sono la dimostrazione evidente che aver ricevuto [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=paoladifraia.com&amp;blog=3241170&amp;post=1509&amp;subd=paoladifraia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sapete perchè a mio modesto avviso questi tecnici eletti per acclamazione da questo parlamento di nominati (vi ricordate, non li abbiamo scelti noi, c&#8217;erano le liste fatte dai segretari di partito, spesso proprietari di simbolo, nome e molte altre cose) sono una vera delusione?</p>
<p>Perchè sono un fallimento. Sono la dimostrazione evidente che aver ricevuto un&#8217;istruzione superiore e aver vissuto nelle istituzioni più prestigiose non ti rende una persona migliore, più consapevole, più rispettosa del prossimo, con una mente più aperta a sfide nuove e idee migliori. Mentre loro sì che godevano delle migliori tutele, potevano fare delle scelte e impegnarsi in qualcosa molto più a cuor leggero. Loro sì che sapevano che cosa c&#8217;era in premio alla fine e che cosa sarebbe successo se andava male. Lo sapevano con certezza. Avevano dei diritti, li avevano anche senza essere iscritti al sindacato per loro fortuna. Che ipocriti!</p>
<p>Per non parlare del fatto che le loro lauree, le loro specializzazioni, oh sì, quelle sì che valgono legalmente più delle nostre.</p>
<p>Insomma hanno studiato bene, hanno visto il mondo, hanno avuto il posto fisso o il privilegio di scegliere sapendo che cosa c&#8217;era in palio. E forti di tutte queste certezze da come parlano non sono certo i migliori.</p>
<p>Eppure sono stati messi là in nome di questo. Perchè non si preoccupano delle cose che dicono? Forse perchè non hanno stretto nessun patto democratico con noi che &#8216;dobbiamo&#8217; ascoltarli?</p>
<p>Se c&#8217;era bisogno di un governo di saggi e illuminati ecco una cosa saggia: parlare poco.</p>
<p>Sono loro la cultura che non si mangia, quella che non aiuta a vivere meglio.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Israele e Iran alla guerra degli hacker.</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 17:38:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paoladifraia</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://wp.me/p29NYB-1c">Israele e Iran alla guerra degli hacker.</a></p>
<p class="MsoBodyText">I dati di 4000 carte di credito appartenenti a cittadini iraniani sono stati messi online da un gruppo hacker israeliano. Si fa chiamare “Nuclear Group” e non è il solo movimento attivo in quella che sembra una piccola guerra tra hacker filo-israeliani e filo-arabi. Un altro gruppo chiamato “IDF Team” lo scorso 26 gennaio sarebbe riuscito a disattivare temporaneamente la pagina in lingua inglese della tv di Stato iraniana e quella del Ministero della Salute. La stampa locale riporta che l’attacco sarebbe avvenuto intorno alle 16.30, ora israeliana. E una decina di giorni fa sarebbe toccato ai siti web delle quotazioni dei titoli saudita e degli emirati arabi.</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">A detta degli stessi autori si tratterebbe di una ritorsione. Nei giorni precedenti gruppi hacker filo-arabi si sono resi protagonisti di un’altra serie di attacchi. Nella lista dei siti temporaneamente danneggiati figurano quello della compagnia aerea israeliana El Al (che viene colpito per la seconda volta), il sito web del quotidiano Ha’aretz in lingua ebraica, quello di una compagnia di autobus, del Festival del cinema israeliano e quello della Borsa di Tel Aviv.</p>
<p class="MsoBodyText">Al posto della normale homepage sono comparsi slogan come “Palestina libera, morte a Israele”.</p>
<p class="MsoBodyText">E’ stato lo stesso Ha’aretz ad annunciare che il sito era stato colpito da gruppi che si identificano su twitter come @AnonPS ovvero Anonymous Palestine. Il giorno dopo però sempre su twitter sono arrivate le scuse “@haaretzprint ci dispiace, non sapevamo che Ha’aretz è un buon giornale, ci scusiamo di quanto accaduto e faremo in modo che non si ripeta in futuro”.</p>
<p class="MsoBodyText">Nell’ultimo mese questa serie di attacchi incrociati hanno colpito diversi siti istituzionali e di mezzi di informazione in Israele, in Arabia Saudita, Emirati Arabi, Territori Palestinesi, Iran, colpendo ospedali come siti governativi o di banche. E a parte le scuse al quotidiano Ha’aretz i comunicati di entrambi i gruppi promettono di intensificare e prolungare gli attacchi.</p>
<p class="MsoBodyText">Israele ha annunciato che rafforzerà i controlli telematici ma senza troppa enfasi, sapendo bene che aumentare il livello di sicurezza informatica può solo spingere gli hacker a trovare nuovi espedienti per violarla.</p>
<p class="MsoBodyText">Anche l’autorità nazionale palestinese ha messo in piedi una task force per migliorare la propria sicurezza informatica. Il consigliere per le telecomunicazioni dell’Anp Sabri Assam in proposito ha dichiarato che il 2012 sarà l’anno in cui lo scontro si sposterà dal livello tradizionale a quello della guerriglia elettronica e cibernetica. Questo è quanto accade nel mondo digitale.</p>
<p class="MsoBodyText">Nel mondo analogico, come ha riportato lo stesso Ha’aretz, i colloqui diretti ospitati in Giordania tra l’Anp e Israele non hanno ancora prodotto risultati ma solo l’auspicio che il negoziato riprenda.</p>
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		<title>perché la guerra in medio oriente non conviene a nessuno, un po&#8217; di numeri</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 10:01:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paoladifraia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[perché la guerra in medio oriente non conviene a nessuno, un po&#8217; di numeri. Il Washington Post oggi riporta che il Pentagono sta facendo pressioni per inviare un incrociatore da guerra in Medio Oriente. Questo a causa delle crescenti minacce: i pirati somali, le cellule di Al Qaeda in Yemen, il programma nucleare dell’Iran. In realtà una [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=paoladifraia.com&amp;blog=3241170&amp;post=1504&amp;subd=paoladifraia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://wp.me/p29NYB-16">perché la guerra in medio oriente non conviene a nessuno, un po&#8217; di numeri</a>.</p>
<p style="margin:10px 0;padding:0;">Il <a style="color:#333333;text-decoration:none;outline-style:none;outline-width:initial;outline-color:initial;border-bottom-width:1px;border-bottom-style:dotted;border-bottom-color:#666666;margin:0;padding:0;" href="http://www.washingtonpost.com/world/national-security/pentagon-wants-commando-mother-ship/2012/01/27/gIQA66rGWQ_story.html?wpisrc=al_national" target="_parent">Washington Post oggi riporta</a> che il Pentagono sta facendo pressioni per inviare un incrociatore da guerra in Medio Oriente. Questo a causa delle crescenti minacce: i pirati somali, le cellule di Al Qaeda in Yemen, il programma nucleare dell’Iran.</p>
<p style="margin:10px 0;padding:0;">In realtà una guerra nella regione in questo momento non conviene a nessuno soprattutto dal punto di vista della sicurezza energetica.</p>
<p style="margin:10px 0;padding:0;">Anche i paesi del Golfo sono spaventati dai missili iraniani. Non c’è solo Israele alle prese con la storica guerra di posizione contro il regime sciita. Si stima, infatti, che importanti giacimenti di gas e petrolio del Golfo potrebbero essere colpiti da Teheran in soli 4 minuti, un tempo piuttosto breve per mettere in campo strategie di difesa. Rispetto alla presenza di incrociatori iraniani nello stretto di Hormuz un attacco aereo è una minaccia ben più sensibile e difficile da disinnescare in pochi giorni. Come ha già fatto la Turchia, istallando un potentissimo radar sul suo territorio, gli Emirati Arabi hanno appena concluso un accordo con gli Stati Uniti, per l’acquisto di un sistema di difesa missilistico del valore di 3,5 miliardi di dollari. E anche l’Arabia Saudita ha annunciato di voler  potenziare i propri sistemi di difesa.</p>
<p style="margin:10px 0;padding:0;">Gli impianti di Abqaiq infatti rappresentano il 70% della produzione giornaliera di Riyad e uno dei maggiori poli energetici al mondo. A poca distanza è situata Ras Tanura, una delle più grandi raffinerie del regno che produce 550 mila barili al giorno, la stessa quantità di greggio che la Cina importa da Teheran. La produzione degli Emirati, invece, si basa sulle raffinerie di Jebel Ali e Al Ruwais, che insieme immettono sul mercato circa 400 mila barili al giorno. Risalendo il Golfo Persico verso Nord, si incontra la raffineria di Mini Al Ahmadi, in Kuwait, che produce 470 mila barili. Difficile pensare che il blocco anche di uno solo di questi impianti non avrebbe ripercussioni sul mercato globale.</p>
<p style="margin:10px 0;padding:0;">Ma i paesi del Golfo sono preoccupati anche del loro mercato interno. A causa dei continui sabotaggi al gasdotto del Sinai, pensati per danneggiare lo stato ebraico, non solo Israele ma anche la Giordania ha iniziato a cercare partner alternativi all’Egitto per il rifornimento di gas naturale. Qatar e Iran in questo momento sono i più assidui corteggiatori del regno hascemita.</p>
<p style="margin:10px 0;padding:0;">Fare a meno del petrolio iraniano comunque non è cosa da poco, non è chiaro infatti se sia lecito aggirare il blocco degli scambi commerciali usando l’oro come moneta di scambio presso la banca centrale iraniana mandando così in pensione i petroldollari. Indiscrezioni di stampa suggeriscono che sia questo l’orientamento di Cina e India.</p>
<p style="margin:10px 0;padding:0;">La maggior parte delle esportazioni iraniane di petrolio (ma anche di altre merci) vanno in Asia ed è la Cina il primo partner commerciale del paese. Pechino apre la lista assorbendo il 22% delle esportazioni di greggio di Teheran, acquistando 550 mila barili al giorno, il 6% del proprio consumo totale. Tokyo, che per la prima volta in 30’anni ha un deficit commerciale che si aggira sui 24 miliardi, acquista 327 mila barili al giorno, che rappresentano il 7% della sua domanda interna e il 15% delle esportazioni iraniane. Il 12% va all’India che acquista 310 mila barili al giorno, coprendo il 9% del suo fabbisogno. Seguono la Corea del Sud con 228 mila barili e la Turchia, con196 mila barili, che però rappresentano il 30% del suo consumo.</p>
<p style="margin:10px 0;padding:0;">Solo il 20% arriva in Europa ma è assorbito dalle economie della zona euro maggiormente in difficoltà come Italia, Grecia e Spagna. Per questo Teheran ha recentemente minacciato di bloccare le esportazioni verso l’Europa prima che il blocco entri in vigore il prossimo 21 luglio. Una dilazione che era stata decisa proprio per far i conti con la difficile situazione economica dell’Europa.</p>
<p style="margin:10px 0;padding:0;">Che la situazione in Medio Oriente non precipiti è di grande interesse anche per l’India, per una doppia ragione: perché il Golfo rappresenta un bacino di possibili investitori da attrarre in patria e perché ospita 6 milioni di indiani che ogni anno mandano nella madrepatria rimesse per un valore di 20-30 miliardi di dollari, che rappresentano quasi la metà del totale annuo inviato da tutti i lavoratori indiani all’estero (circa 60 miliardi di dollari). Riconoscendogli un ruolo fondamentale per la stabilità della regione l’India sta rafforzando i legami con lo stesso Israele. Il mese scorso il ministro degli esteri indiano è stato accolto a Tel Aviv con quelli che le cronache definiscono gli onori accordati solo ai suoi più stretti alleati.</p>
<p style="margin:10px 0;padding:0;">La sicurezza energetica a qualsiasi latitudine dipende dalla stabilità dei prezzi e degli approvigionamenti. Sebbene molti paesi del golfo vedrebbero di buon occhio un ridimensionamento del potere sciita nessuno sembra fin qui disposto a mettere a rischio i propri giacimenti di idrocarburi.</p>
<p style="margin:10px 0;padding:0;">Se visto dall’Asia il nuovo embargo petrolifero nei confronti dell’Iran potrebbe anche essere ignorato oppure trovare strade alternative che porterebbero indubbi vantaggi politici, (passando dalla Russia e dal Medioriente) potrebbero essere l’Europa e il Giappone a soffrire di più della strategia americana nei confronti di Teheran, con il possibile aumento del prezzo del greggio, eventualità che non lascia immune gli stessi Stati Uniti.</p>
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		<title>stati uniti nell&#8217;invidia</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 13:58:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paoladifraia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[stati uniti nell&#8217;invidia. Dagli Stai Uniti d’America agli Stati Uniti dell’Invidia? La metafora è suggestiva e viene usata oggi da un commentatore del Financial Post per analizzare il discorso di Obama sullo Stato dell’Unione. Gli Stati Uniti sono la terra del coraggio e delle libertà fin quando nessuno fa molti più soldi del proprio vicino. Altrimenti ecco [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=paoladifraia.com&amp;blog=3241170&amp;post=1500&amp;subd=paoladifraia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://wp.me/p29NYB-Y">stati uniti nell&#8217;invidia</a>.</p>
<p>Dagli Stai Uniti d’America agli Stati Uniti dell’Invidia? La metafora è suggestiva e viene usata oggi da un commentatore del <a href="http://opinion.financialpost.com/2012/01/24/terence-corcoran-the-united-states-of-envy/" target="_blank">Financial Post</a> per analizzare il discorso di Obama sullo Stato dell’Unione. Gli Stati Uniti sono la terra del coraggio e delle libertà fin quando nessuno fa molti più soldi del proprio vicino. Altrimenti ecco che ci si ritrova nel regno dell’invidia.</p>
<p>Per come la vede Terence Corcoran, autore del pezzo, la questione è piuttosto semplice: il presidente Obama ha ingaggiato una guerra con il rivale repubblicano Mitt Romney, fondata sull’archetipo della “vecchia america” che prevede la rivincita della middle class (il futuro) sulla upper class.</p>
<p>E’ vero che è proprio la middle class che è uscita più frustrata e malmessa dalla crisi economica del 2008, la più delusa da quel cambiamento che Obama aveva promesso e quella che più di tutte (che sia repubblicana o democratica) è arrabbiata per il salvataggio di Wall Street, visto come un favore a quell’1% degli americani che detiene oltre la metà della ricchezza del paese.</p>
<p>Ed è a questa America che Obama ha parlato nel suo discorso, puntando sulla propria capacità di far rivivere il sogno americano, che arrivi attraverso il vento del cambiamento o il più asciutto “si può fare”.</p>
<p><iframe width="560" height="420" src="http://www.youtube.com/embed/j7CKK0KDqWE?fs=1&#038;feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><a href="http://gu.com/p/35xpy" target="_blank">Qui</a> i 4&#8242; chiave del discorso di Obama, riassunti dal quotidiano britannico Guardian, in cui Obama stigmatizza le multinazionali che trasferiscono posti di lavoro oltreoceano e si rivolge direttamente a quegli americani onesti che rispettano le regole del gioco.</p>
<p>Corcoran prevede o spera che Romney invece si ergerà a difensore del diritto di tutti gli americani a diventare quell’1% dei ricchi più ricchi del vicino, perché ritiene ingiusto equiparare la tassazione del reddito prodotto dalla speculazione finanziaria o dall’eredità, allo stesso livello dei redditi da lavoro. Per Corcoran si tratterebbe di una doppia tassazione, poiché l’aliquota più bassa sui proventi finanziari è compensata dal fatto che sono le coorporations a pagare a monte parte di quelle tasse.</p>
<p>Però Corcoran registra un elemento strategico nel piano di Obama, la presenza del miliardario Warren Buffet a fianco di Michelle Obama durante il discorso sullo stato dell’Unione. E osserva che quella che definisce la “regola di Buffet” sulla tassazione (ossia estendere l’aliquota dei redditi da lavoro a tutti i redditi percepiti da una persona) colpirebbe 500 mila americani che guadagnano più di un 1 milione di dollari all’anno.</p>
<p>E se il multimiliardario Warren Buffet è sceso al fianco di Obama, che nel 2008 ha compiuto una sorta di rivoluzione copernicana nella raccolta fondi per la campagna elettorale, vorrà dire che  s i  p u ò  f a r e .</p>
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		<title>che farà la Giordania?</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 10:56:24 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Che cosa farà la Giordania? La monarchia fin qui più stabile della regione, da sempre percepita da Israele come il vicino meno pericoloso, potrebbe a breve avere in mano la chiave di volta per ridefinire le strategie geopolitiche del medioriente.</p>
<p>Sul piano strettamente politico l’annuncio da parte del primo ministro giordano di voler revocare l’embargo verso i militanti di Hamas espulsi dal paese nel 1999 sotto le pressioni americane, potrebbe innervosire Israele, proprio mentre lo stesso stato ebraico ha annunciato sia di voler dialogare con i fratelli mussulmani in Egitto (e forse ammorbidire la propria posizione nei confronti di Hamas), sia di voler accogliere alcuni profughi dalla Siria. Si tratterebbe di farlo però in una zona cuscinetto la cui sovranità è contesa dal 1967.</p>
<p>Sul piano strategico ed economico, invece, la Giordania ha scoperto di aver bisogno di gas e petrolio, con una domanda interna di energia che si prevede raddoppiata da qui al 2020. E, come Israele, ha scoperto di non poter contare a lungo sulle importazioni provenienti dal Sinai a causa dei ripetuti sabotaggi degli ultimi anni che, diretti a danneggiare lo stato ebraico, hanno avuto ripercussioni di fatto anche sulla popolazione giordana e la sua economia. Gli esperti valutano che l’approvvigionamento energetico costi al regno di Abd Allah II almeno 1,7 miliardi di dollari all’anno, cifra che rappresenta il 4% della ricchezza prodotta dal paese.<span id="more-1497"></span></p>
<p>Dal canto suo, Israele, a più di vent’anni dal trattato di pace siglato da Ytzhak Rabin nel 1994 con Re Hussein, potrebbe guardare alla Giordania come a una nuova risorsa e sottrarla all’influenza di uno dei nemici giurati di sempre come l’Iran, trasformandola in un alleato strategico, grazie alla cooperazione energetica: costruendo un gasdotto che colleghi i due paesi.</p>
<p>I moderni oleodotti che trasportano gas e petrolio a livello transnazionale stanno modificando la geopolitica del ventunesimo secolo, instaurando dei rapporti di interdipendenza e di convenienza economica diversi da quelli del secolo scorso, di fatto largamente dominati dal modello teorico della guerra fredda.</p>
<p>Molti analisti hanno sempre sostenuto che Israele si prepari da tempo ad una guerra totale che faccia i conti una volta per tutte con i molti nemici esterni che circondano la regione. Questo senso di accerchiamento e progressivo isolamento dello stato ebraico si è andato sempre di più evidenziando negli ultimi anni in maniera inversamente proporzionale al perdurare dell’influenza statunitense in medioriente.</p>
<p>Eppure costruire un gasdotto con la Giordania potrebbe offrire a Israele l’arma vincente per superare quella che l’analista Danile Levy chiama la “sindrome del porcospino” ed entrare in una nuova fase delle relazioni regionali con gli altri stati del Golfo e del Mediterraneo orientale, senza sparare nemmeno un missile.</p>
<p>Diversi fattori politici potrebbero consigliare questa soluzione per evitare che l’Iran aumenti la propria influenza nella regione. Il regime di Teheran preoccupato della perdita di un alleato strategico come la Siria, il cui futuro politico è sempre più incerto, sta da tempo corteggiando Amman con la promessa della costruzione di un gasdotto che porti il proprio gas in Giordania attraverso la Turchia o l’Iraq.</p>
<p>Contemporaneamente anche il Qatar, che vive un nuovo protagonismo nella regione sia come produttore di petrolio sia come sponsor della nuova Libia, guarda alla Giordania con grande interesse, spingendo per il rientro della leadership di Hamas, che sta lasciando la Siria, in territorio giordano. Anche in questo caso la contropartita dello scambio politico è uno scambio energetico. La delegazione giordana che la scorsa settimana è volata a Doha sta valutando la promessa della costruzione di un rigassificatore al largo del porto di Aqaba nel Mar Rosso.</p>
<p>Questo scenario rappresenta l’incubo peggiore tanto per Israele quanto per gli Stati Uniti: Egitto e Libia non sono più i paesi di una volta, il petrolio saudita è meno appetibile per gli americani di quello libico, più pregiato e più facile da raffinare, l’Iran potrebbe sopravvivere più facilmente a un nuovo embargo petrolifero e l’altro grande paese produttore è la Russia di Putin. Adesso che anche la Turchia ha aderito a South Stream (con un accordo siglato con il Cremlino lo scorso 28 dicembre 2011), il gas russo non ha più ostacoli verso l’Europa e, come abbiamo appena visto, la Turchia è un paese di snodo molto importante. South stream si sta già costruendo mentre il progettato gasdotto concorrente, Nabucco, è fermo al palo sia sul piano degli investimenti necessari (7,9 miliardi di euro i costi finora stimati), sia per la scarsa collaborazione delle repubbliche centroasiatiche che in questo momento stanno privilegiando i rapporti commerciali con la Cina.</p>
<p>Nabucco, il gasdotto che dovrebbe collegare i giacimenti del Mar Caspio con l’Europa senza passare dalla Russia, era il progetto degli americani e nella guerra fredda del nuovo millennio sembra che la partita stia volgendo in favore della Russia.</p>
<p>Israele può continuare nella convinzione di poter fare tutto da sola oppure potrebbe portare la Giordania sotto la propria influenza arrestando questo meccanismo, perché anche i petrodollari non sono più quelli di una volta e le ragioni degli oleodotti spingono i governi ad essere più “creativi”.</p>
<p>In questo modo la Giordania potrebbe considerare meno allettante legare le proprie sorti energetiche a quelle di stati come il Qatar o l’Iran.</p>
<p>Ci sono tre strade con cui Israele potrebbe collegarsi con un gasdotto alla Giordania e una di queste passerebbe dalla Cisgiordania. L’arrivo di risorse in territorio palestinese potrebbe far sembrare meno utopistico il tanto discusso e mai praticato processo di pace. Il gas frutto delle trivellazioni che Israele sta facendo nel mediterraneo orientale &#8211; e che hanno fatto infuriare la Turchia all’inizio dell’estate scorsa &#8211; potrebbe finire in Giordania beneficiando nel contempo anche i territori palestinesi.</p>
<p>Sarebbe un grosso cambiamento politico la cui contropartita è rappresentata da un grosso risparmio economico, poiché un gasdotto tra Israele e Giordania (che passi o meno dalla West Bank) è meno caro e meno ingegneristicamente ambizioso.</p>
<p>Inoltre, fornirebbe una valida opzione a coloro che oggi in Israele sono divisi nella scelta di trattenere in patria il surplus di produzione o esportarlo competendo con giganti come la Russia e il Qatar verso il mercato asiatico. Il dibattito in Israele è aperto, e il quotidiano Haaretz nei giorni scorsi ha pubblicato un articolo in sostegno dell’opzione giordana. Fare accordi energetici con la Giordania e portarla dalla propria parte potrebbe sembrare un’ipotesi politicamente fantasiosa ma non è raro che un beneficio economico si trasformi in un vantaggio politico.</p>
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