not too many damages

Abbiamo scoperto per caso questa serie, Damages, e visto le prime due stagioni nel week end. Un lusso. Perchè non sempre si può passare il tempo a ridere e far niente al calduccio, e fare una maratona di episodi tv.

Eppure questo è il momento di godersi dei piccoli lussi. Negli ultimi due anni siamo passati dal non sapere quale lavoro e per quanto tempo, quale città, quale paese, quale casa, al sapere esattamente con chi, dove e quando, con lo stesso indirizzo (per quanto precario) con tanto di scambio di anelli. Anche la vita, come la politica, a volte, non tollera i vuoti.

Dove c’era un lavoro a tempo indeterminato, sono comparsi mille tentativi (per la verità poco riusciti) di arrivare alla fine del mese. Prima con lavori che non avrei mai avuto il tempo di fare nella mia vita precedente: giornalismo investigativo, un libro, due carovane di cinema itinerante in Italia e all’estero per la lotta alle mafie e la promozione di diritti sociali. Poi con vari articoli sparsi qua e là per il web, fino a semi dattilografa part-time. Nessuno di questi ha pagato: nel senso che non sono serviti a pagare un affitto e avere una prospettiva nella città dove ho lavorato negli ultimi 10 anni. E ancora mi chiedo se potrò ancora fare il mio lavoro, o un lavoro, prima o poi.

Ma sono comparsi anche un sacco di viaggi, un sacco di tempo in due, finalmente delle vere vacanze. Quelle, cioè, in cui tra la partenza e l’arrivo hai il tempo di realizzare che sei in vacanza e non è finita domani. Anche se abbiamo saltato il viaggio di nozze. E presto cambieremo anche numero: due per tre.

Quindi i lussi del dolce far niente, in piovose domeniche influenzali, sono qualcosa da coltivare e da mettere da parte perchè, tra qualche mese, non sapremo quando potremo goderceli di nuovo. O come sarà.

Sembra confermata la regola che non si può avere tutto, almeno nel mio caso attuale, una vita professionale e una vita piena. Ma in questi ultimi mesi tendo a pensare che la formula sia sbagliata.

Si possono avere molte cose a patto di sapersi godere le cose belle, quando succedono, anche se non prendono tutte le caselle.

Abbiamo ancora tre stagioni di Damages da guardare sotto le coperte e il clima invernale di Londra sta facendo la sua parte, senza troppi danni.

inganni metereologici

Un mercoledì di sole per 8 ore. Un vento tiepido sul viso. Per la prima volta mi sorprendo ad andare in giro con un sorriso sulla faccia. Non lo so dal riflesso spiato in qualche vetrina ma perchè sento effettivamente i muscoli delle guance incontrare stupiti i lobi delle orecchie. I denti che premono dentro il labbro superiore. E’ quasi primavera mi dico. Posso andare in giro libera da quella sensazione di freddo che ti fa tenere tutti i muscoli contratti. Dura un giorno. Poi, piano piano, la temperatura si riabbassa vicino allo zero. In meno di una settimana ieri è comparso, volteggiando senza mai posarsi, qualche fiocco di neve. E l’asfalto è il fiume grigio che puoi vedere scorrere come in un film.

Anche gli alberi in centro, come me, hanno creduto all’arrivo della primavera. All’andare in giro leggeri e sorridenti. Alcuni sono già in fiore, anche se qui non ci sono le mimose. Una decina di gradi in più dovrebbero bastare. Perchè l’inganno non sia del tempo.

traslochi compiuti

image-1Sto cercando di ricordare quante volte ho cambiato casa.

La prima, quando ero piccola, da un estremo all’altro del corso principale della stessa città. Mio padre ci aveva ammonito: casa nuova vita nuova. Forse pensando che 3 bambini avrebbero potuto prendere la cosa in maniere diligente.  Noi facemmo una specie di girandola indiana attorno a un grosso scatolone, contenti di correre in tondo in quella stanza nuova, ancora semisprovvista di mobili.

Col passare degli anni i traslochi non hanno più avuto lo stesso entusiasmo. Forse perchè, ad un certo punto, è toccato a me sola impacchettare e spacchettare.

E’ iniziato durante gli anni dell’università: tre diversi appartamenti. In quel caso avevo anche delle piante. Poi per il master, nuova città, primo nord, primo inverno con la neve e il ghiaccio. Poi nella città dove ho abitato e lavorato per almeno 10 anni: 5 cambi. Con alcuni episodi di nomadismo in case di amici temporanee. Nell’ultimo cambio sono rispuntate le piante, forse perchè quando si diventa in due si ritorna ad un concetto più antico di casa.  Risultato: ho dovuto traslocare io e prima di ritraslocare ho dovuto riportare tutte le piante a casa di mia mamma. Perchè posso abbandonare (sebbene a malincuore) gli scatoloni con dentro tutta la mia vita recente ma lasciare morire le piante, non si fa.

Negli anni il mio bagaglio cresceva nelle case per poi assottigliarsi negli spostamenti, o restare chiuso in qualche imballaggio riportato indietro dall’ennesimo trasloco.

E’ successo così anche per la borsa dei week end. Enorme quando andavo in gita con la scuola o in vacanza con i miei. Da allora sempre più piccola, fino a suscitare lo stupore delle mie amiche: piccola sì, ma sempre con almeno 3 cambi: giorno-sera-viaggio/casual.

Da tre mesi a Londra sono nella casa numero due. Nella casa numero due non c’era niente. Abbiamo dovuto ricomprare tutto, dal piumone ai bicchieri.

Così dopo tutti questi anni ho ricomprato l’ennesimo tostapane, set di posate, biancheria da casa, aspirapolvere. Precedenti versioni dei vari articoli sono state recentemente imballate e impilate in una stanza romana poco prima della partenza, e lì sono rimaste. Acquisti più lontani nel tempo sono ancora chiusi in fondo a qualche armadio a casa di mia mamma.

Qui non ho ancora un frullatore mentre in Italia ho ben due versioni di mini-pimer e due macchine per tirare la sfoglia della pasta fresca. Vabbè una mi è stata regalata, non è che mi metto a ricomprare qualsiasi cosa. Infatti adesso mi rifiuto di acquistare un secondo forno a microonde.

Mi piace avere le mie cose ma tirarmele dietro da una città all’altra, da un paese all’altro, mi piace sempre di meno. Specialmente quando non so quanto mi trattengo in questa o quella casa, in questa o un’altra città. A volte perchè non si può, altre volte perchè non ricordavo più dove avevo che cosa. Prima o poi, però, dovrò allestire un grande mercatino come nei vialetti dei garages dei film americani di una volta.

qui il sole lo preferiscono col ghiaccio

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A quanto pare qui il sole lo preferiscono col ghiaccio…perchè come la temperatura scende sotto zero il cielo si illumina per un po’. E poi ritorna la nebbia, il freddo cambia consistenza e arriva la neve a coprire tutto come sotto una coperta di lino.

Tempo ideale per andare in letargo, specie quando le difese immunitarie hanno già preso quella strada…

La casa è tutta vapori all’eucalipto per contrastare il soffocamento da raffreddore. Si sopravvive al raffreddore, per carità, anche quando sembra devastante.

Ma tutto sommato anche respirare è una questione di sopravvivenza quotidiana.

Quindi andare in letargo per sopravvivere ai prossimi due giorni di neve e recuperare il sonno arretrato.

Ho scoperto che ci sono due tipi di londoners: quelli che sono trendissimi solo quando la stagione lo consente e d’inverno non temono di aggiungere strati non previsti da un più rigido canone estetico (che è inversamente proporzionale alla rigidità del clima) e quelli chiaramente sotto l’effetto di sostanze stupefacenti:

magliettine in bici (e qui è anche questione di etichetta: la polo ha una sua precisa stagionalità che non andrebbe abusata)

ballerine o decoltè open toe a piedi nudi… e qui basterebbe avere il senso delle proporzioni.

E soprattutto ci sarebbe un sano criterio igienico da rispettare: se hai delle brutte gambe potresti scegliere di coprirle. E’ opzionale e soprattutto è affar tuo. Ma se ci sono – 3° e hai la tosse di un novantenne non andare in giro a dispensare germi, per piacere. Per piacere copriti.

anno nuovo città nuova

Anno nuovo, città nuova.

Trasloco light, perchè in aereo e perchè qui non è previsto il cambio di stagione almeno fino a giugno.

Oggi è caduto un elicottero in pieno centro, in una zona dove stavamo per andare a vedere un appartamento ma poi ierisera non ne era arrivata conferma.

Le notizie di cronaca qui hanno la loro spettacolarità e grazie alla diffusione dei tabloid le leggi anche in metropolitana sbirciando dal giornale del dirimpettaio o del vicino. Qui non si incrociano gli sguardi ma puoi gettare un occhio sulle faccende altrui. La prossimità è data dal fatto che siamo tanti. E da molte finestre senza tende.

Sono quasi 3 settimane e il mio bilancio sulle interazioni in una lingua che non è la mia prima lingua, tutto sommato non è poi così scoraggiante: 2 persone su 6 in media mi risultano decisamente incomprensibili. Ma parlare con più di 4 estranei alla volta (se non per lavoro) supererebbe i miei standard anche nella lingua madre.

Quando non si parla allo sconfinato web credo sia ancora saggio porsi la domanda: che cosa ho da dire?

Città nuova è la prima di altre novità. Seguiranno aggiornamenti.

 

 

li chiamano cervelli in fuga

Dicono cervelli in fuga, è la parola del terzo millennio per dire ‘emigranti’. Se ci pensiamo un attimo è solo una probabilità statistica: i giovani della nostra generazione che hanno un alto livello di istruzione sono semplicemente molti di più dei loro coetanei di un secolo fa. E non facciamo tanta differenza rispetto a quelli che da noi chiamiamo ‘emigrati’, persone con un titolo di studio che da noi o vale poco o non ha futuro e quindi si adattano a fare qualsiasi altro lavoro.

Ed è molto probabile che se hai investito tempo denaro e sacrificio in un’istruzione completa seguendo un percorso di crescita culturale e professionale, visti i tempi che corrono, se non trovi un lavoro che ti permetta di mantenere te e la tua famiglia tu te ne voglia andare. E’ il sogno dell’ottimismo della ragione della globalizzazione: se non si può qui si potrà altrove, dove le mie risorse saranno meglio impiegate.

La classifica spagnola dice che l’indignado medio – giovane istruito con figli piccoli – sta lasciando il paese: negli ultimi tre mesi +120%.

Vista dall’Italia, tra la Spagna e la Grecia, la situazione non è migliore.

Certo poi ci ricordiamo di quanto noi avremmo la Costituzione più bella del mondo, il clima mite, il cibo buono…e una classe dirigente che ne ha fatto il proprio esclusivo monopolio.

E ci chiamano cervelli in fuga o con forte propensione all’espatrio.