perché la guerra in medio oriente non conviene a nessuno, un po’ di numeri

perché la guerra in medio oriente non conviene a nessuno, un po’ di numeri.

Il Washington Post oggi riporta che il Pentagono sta facendo pressioni per inviare un incrociatore da guerra in Medio Oriente. Questo a causa delle crescenti minacce: i pirati somali, le cellule di Al Qaeda in Yemen, il programma nucleare dell’Iran.

In realtà una guerra nella regione in questo momento non conviene a nessuno soprattutto dal punto di vista della sicurezza energetica.

Anche i paesi del Golfo sono spaventati dai missili iraniani. Non c’è solo Israele alle prese con la storica guerra di posizione contro il regime sciita. Si stima, infatti, che importanti giacimenti di gas e petrolio del Golfo potrebbero essere colpiti da Teheran in soli 4 minuti, un tempo piuttosto breve per mettere in campo strategie di difesa. Rispetto alla presenza di incrociatori iraniani nello stretto di Hormuz un attacco aereo è una minaccia ben più sensibile e difficile da disinnescare in pochi giorni. Come ha già fatto la Turchia, istallando un potentissimo radar sul suo territorio, gli Emirati Arabi hanno appena concluso un accordo con gli Stati Uniti, per l’acquisto di un sistema di difesa missilistico del valore di 3,5 miliardi di dollari. E anche l’Arabia Saudita ha annunciato di voler  potenziare i propri sistemi di difesa.

Gli impianti di Abqaiq infatti rappresentano il 70% della produzione giornaliera di Riyad e uno dei maggiori poli energetici al mondo. A poca distanza è situata Ras Tanura, una delle più grandi raffinerie del regno che produce 550 mila barili al giorno, la stessa quantità di greggio che la Cina importa da Teheran. La produzione degli Emirati, invece, si basa sulle raffinerie di Jebel Ali e Al Ruwais, che insieme immettono sul mercato circa 400 mila barili al giorno. Risalendo il Golfo Persico verso Nord, si incontra la raffineria di Mini Al Ahmadi, in Kuwait, che produce 470 mila barili. Difficile pensare che il blocco anche di uno solo di questi impianti non avrebbe ripercussioni sul mercato globale.

Ma i paesi del Golfo sono preoccupati anche del loro mercato interno. A causa dei continui sabotaggi al gasdotto del Sinai, pensati per danneggiare lo stato ebraico, non solo Israele ma anche la Giordania ha iniziato a cercare partner alternativi all’Egitto per il rifornimento di gas naturale. Qatar e Iran in questo momento sono i più assidui corteggiatori del regno hascemita.

Fare a meno del petrolio iraniano comunque non è cosa da poco, non è chiaro infatti se sia lecito aggirare il blocco degli scambi commerciali usando l’oro come moneta di scambio presso la banca centrale iraniana mandando così in pensione i petroldollari. Indiscrezioni di stampa suggeriscono che sia questo l’orientamento di Cina e India.

La maggior parte delle esportazioni iraniane di petrolio (ma anche di altre merci) vanno in Asia ed è la Cina il primo partner commerciale del paese. Pechino apre la lista assorbendo il 22% delle esportazioni di greggio di Teheran, acquistando 550 mila barili al giorno, il 6% del proprio consumo totale. Tokyo, che per la prima volta in 30’anni ha un deficit commerciale che si aggira sui 24 miliardi, acquista 327 mila barili al giorno, che rappresentano il 7% della sua domanda interna e il 15% delle esportazioni iraniane. Il 12% va all’India che acquista 310 mila barili al giorno, coprendo il 9% del suo fabbisogno. Seguono la Corea del Sud con 228 mila barili e la Turchia, con196 mila barili, che però rappresentano il 30% del suo consumo.

Solo il 20% arriva in Europa ma è assorbito dalle economie della zona euro maggiormente in difficoltà come Italia, Grecia e Spagna. Per questo Teheran ha recentemente minacciato di bloccare le esportazioni verso l’Europa prima che il blocco entri in vigore il prossimo 21 luglio. Una dilazione che era stata decisa proprio per far i conti con la difficile situazione economica dell’Europa.

Che la situazione in Medio Oriente non precipiti è di grande interesse anche per l’India, per una doppia ragione: perché il Golfo rappresenta un bacino di possibili investitori da attrarre in patria e perché ospita 6 milioni di indiani che ogni anno mandano nella madrepatria rimesse per un valore di 20-30 miliardi di dollari, che rappresentano quasi la metà del totale annuo inviato da tutti i lavoratori indiani all’estero (circa 60 miliardi di dollari). Riconoscendogli un ruolo fondamentale per la stabilità della regione l’India sta rafforzando i legami con lo stesso Israele. Il mese scorso il ministro degli esteri indiano è stato accolto a Tel Aviv con quelli che le cronache definiscono gli onori accordati solo ai suoi più stretti alleati.

La sicurezza energetica a qualsiasi latitudine dipende dalla stabilità dei prezzi e degli approvigionamenti. Sebbene molti paesi del golfo vedrebbero di buon occhio un ridimensionamento del potere sciita nessuno sembra fin qui disposto a mettere a rischio i propri giacimenti di idrocarburi.

Se visto dall’Asia il nuovo embargo petrolifero nei confronti dell’Iran potrebbe anche essere ignorato oppure trovare strade alternative che porterebbero indubbi vantaggi politici, (passando dalla Russia e dal Medioriente) potrebbero essere l’Europa e il Giappone a soffrire di più della strategia americana nei confronti di Teheran, con il possibile aumento del prezzo del greggio, eventualità che non lascia immune gli stessi Stati Uniti.

stati uniti nell’invidia

stati uniti nell’invidia.

Dagli Stai Uniti d’America agli Stati Uniti dell’Invidia? La metafora è suggestiva e viene usata oggi da un commentatore del Financial Post per analizzare il discorso di Obama sullo Stato dell’Unione. Gli Stati Uniti sono la terra del coraggio e delle libertà fin quando nessuno fa molti più soldi del proprio vicino. Altrimenti ecco che ci si ritrova nel regno dell’invidia.

Per come la vede Terence Corcoran, autore del pezzo, la questione è piuttosto semplice: il presidente Obama ha ingaggiato una guerra con il rivale repubblicano Mitt Romney, fondata sull’archetipo della “vecchia america” che prevede la rivincita della middle class (il futuro) sulla upper class.

E’ vero che è proprio la middle class che è uscita più frustrata e malmessa dalla crisi economica del 2008, la più delusa da quel cambiamento che Obama aveva promesso e quella che più di tutte (che sia repubblicana o democratica) è arrabbiata per il salvataggio di Wall Street, visto come un favore a quell’1% degli americani che detiene oltre la metà della ricchezza del paese.

Ed è a questa America che Obama ha parlato nel suo discorso, puntando sulla propria capacità di far rivivere il sogno americano, che arrivi attraverso il vento del cambiamento o il più asciutto “si può fare”.

Qui i 4′ chiave del discorso di Obama, riassunti dal quotidiano britannico Guardian, in cui Obama stigmatizza le multinazionali che trasferiscono posti di lavoro oltreoceano e si rivolge direttamente a quegli americani onesti che rispettano le regole del gioco.

Corcoran prevede o spera che Romney invece si ergerà a difensore del diritto di tutti gli americani a diventare quell’1% dei ricchi più ricchi del vicino, perché ritiene ingiusto equiparare la tassazione del reddito prodotto dalla speculazione finanziaria o dall’eredità, allo stesso livello dei redditi da lavoro. Per Corcoran si tratterebbe di una doppia tassazione, poiché l’aliquota più bassa sui proventi finanziari è compensata dal fatto che sono le coorporations a pagare a monte parte di quelle tasse.

Però Corcoran registra un elemento strategico nel piano di Obama, la presenza del miliardario Warren Buffet a fianco di Michelle Obama durante il discorso sullo stato dell’Unione. E osserva che quella che definisce la “regola di Buffet” sulla tassazione (ossia estendere l’aliquota dei redditi da lavoro a tutti i redditi percepiti da una persona) colpirebbe 500 mila americani che guadagnano più di un 1 milione di dollari all’anno.

E se il multimiliardario Warren Buffet è sceso al fianco di Obama, che nel 2008 ha compiuto una sorta di rivoluzione copernicana nella raccolta fondi per la campagna elettorale, vorrà dire che  s i  p u ò  f a r e .

che farà la Giordania?

Che cosa farà la Giordania? La monarchia fin qui più stabile della regione, da sempre percepita da Israele come il vicino meno pericoloso, potrebbe a breve avere in mano la chiave di volta per ridefinire le strategie geopolitiche del medioriente.

Sul piano strettamente politico l’annuncio da parte del primo ministro giordano di voler revocare l’embargo verso i militanti di Hamas espulsi dal paese nel 1999 sotto le pressioni americane, potrebbe innervosire Israele, proprio mentre lo stesso stato ebraico ha annunciato sia di voler dialogare con i fratelli mussulmani in Egitto (e forse ammorbidire la propria posizione nei confronti di Hamas), sia di voler accogliere alcuni profughi dalla Siria. Si tratterebbe di farlo però in una zona cuscinetto la cui sovranità è contesa dal 1967.

Sul piano strategico ed economico, invece, la Giordania ha scoperto di aver bisogno di gas e petrolio, con una domanda interna di energia che si prevede raddoppiata da qui al 2020. E, come Israele, ha scoperto di non poter contare a lungo sulle importazioni provenienti dal Sinai a causa dei ripetuti sabotaggi degli ultimi anni che, diretti a danneggiare lo stato ebraico, hanno avuto ripercussioni di fatto anche sulla popolazione giordana e la sua economia. Gli esperti valutano che l’approvvigionamento energetico costi al regno di Abd Allah II almeno 1,7 miliardi di dollari all’anno, cifra che rappresenta il 4% della ricchezza prodotta dal paese. Continue Reading

Pensavo che fossimo una generazione senza più niente da perdere e mi sbagliavo, stiamo perdendo la nostra rivoluzione. A tavolino.

Io non credo che qualsiasi governo fosse migliore del governo Berlusconi.

E questo governo può varare solo provvedimenti che il pdl farà passare in aula, altrimenti non ha i numeri.

E non credo faccia bene alla politica il ‘ci mettiamo d’accordo tra di noi’ e ci confrontiamo con i nostri elettori appena troviamo il tempo.

Tecnicamente questo è un parlamento di nominati che esprime un governo di nominati in un paese che ha un serio problema sia nell’espressione del dissenso (quando e come si può dissentire?) e ormai anche del consenso: che valore ha?

Alle superiori quando si facevano le espressioni se indovinavi il risultato ma i passaggi erano sbagliati l’esercizio non valeva.

Se la politica può dirci che a fare la ‘democrazia’ ci voleva troppo tempo e intanto i conti andavano a rotoli che politica è?

Ogni giorno ci dicono che non c’è tempo per i diritti sindacali, per dei contratti equi, per avere giustizia.

E noi in quale tempo dovremmo vivere? Di notte per fare la lavatrice e risparmiare sulla bolletta energetica, tra un lavoro precario e l’altro ma senza poter acquistare una casa e fare dei figli? Con i risparmi che vanno ad una pensione che non avremo, mentre cestiniamo le nostre carriere? Eppure non abbiamo portato nessuna azienda al fallimento e non abbiamo causato la recessione mondiale ma ne paghiamo il conto.

Adesso non c’è più nemmeno il vecchio adagio che fa molto anni ’80: “pensa a chi sta peggio di te”. Oggi non si dice più perchè chi sta peggio è già dato per spacciato. Abbiamo impiegato gli ultimi 15 anni a fare finta di non essere spacciati. E ogni finanziaria ce lo ricorda. Forse se dichiarassi beni che non ho alla fine pagherei meno tasse.
Tutto questo parlamento e questa classe dirigente (colpevoli a vario titolo da troppi anni) avrebbero dovuto andare a casa. E non per lasciare il posto all’anti politica ma alle persone che si impegnano tutti i giorni e non hanno spazi.

Se mandi a casa un manager incapace non è che sono finiti i manager nel mondo e si perde la cultura aziendale. Se avessimo mandato a casa tutto questo parlamento e chi dall’alto della propria posizione di privilegio ci infligge “sacrifici necessari per il nostro bene” avrebbero vinto la politica e la democrazia.

Quelli che ci parlano per “il nostro bene” non devono mostrare (e dimostrare) nemmeno 1/3 del coraggio, della creatività, delle capacità, dei titoli, che mettiamo in campo noi quando cerchiamo un lavoro all’altro capo del mondo perchè in Italia non possiamo farlo, che mostriamo quando facciamo i salti mortali tra un lavoro e l’altro, quello sì per amor di ricerca…

Pensavo che fossimo una generazione senza più niente da perdere e mi sbagliavo, stiamo perdendo la nostra rivoluzione. A tavolino.

filosofia di vita presa in prestito

Da qualche parte tra l’altro ieri e Natale è arrivato l’autunno.